venerdì, 11 settembre 2009
E' un GioCo dI SPECCHI
Teoria e tecniche dell'immagine mentale riflessa. Dialoghi e frantumi




- Inti mujauze? (Sei sposata?)
- Nam (Sì...risposta standard per frenare ogni proposito di tassisti/panettieri/avventori, anche se stavolta si trattava di un  sorridente vecchietto innoquo)
- .... (frase incomprensibile che io ho tradotto dal linguaggio dei gesti come : E perchè non hai l'anello?
- azz..ehm...fil beit.. (l'ho lasciato a casa. Così ho fatto la figura della bugiarda/fedifraga)

Ecco una tipica conversazione con un tassista di Service, una sorta di taxi collettivo che attraversa la città a tutte le ore. Piu' efficiente degli autobus salvo per alcune complicazioni di carattere sociale del tipo:
A) non tutti parlano inglese
B) non tutti sono disposti a cedere sul fatto che tu sappia benissimo che non si paga piu' di elfein livre (duemila lire, ovvero 1 euro) per corsa
C) Tutti trovano divertente che un italiano sia a Beirut e ti riempiono di domande (sempre cortesi) in arabo su cosa fai, cosa ti piace e molto spesso il fatidico "Sei sposata"
D) Alcuni, pur di avere un cliente a bordo ti dicono che stanno andando proprio in quel posto. In quel caso due sono le opzioni:
1) Ti lasciano in un posto diverso da dove volevi indicandoti un altro service o un autobus
2) Ti fanno fare il tour 'indesiderato' di Beirut per portare altra gente o fare il loro comodo e ti accompagnano in mezz'ora in un posto che distava 2 minuti da dove ti trovavi.

Siccome prendo ogni giorno il service, non è stato facilissimo capire dove abitavo . Un dedalo di strade e di traffico, capillari e arterie impazzite, questa è la capitale libanese. Non sono folle o stupida, è il sevice che fa ogni volta una strada diversa. L'altro ieri finalmente, armata di buona volonta' sono tornata a piedi da casa all'ufficio. Una rivelazione: vivo a soli 20 minuti di strada da dove lavoro.

Comunque il pensiero di oggi va da un'altra parte. Anche perchè, se mi dovessi accanire su tutto cio' che ha poco senso in questa giornata scriverei un trattato di etica dell'informazione e non è il caso.

"Io penso che le persone siano come gli specchi. Quello che tu fai, come ti comporti o ti atteggi, lo vedi riflesso negli altri. I tuoi comportamenti saranno i loro. Se tu sorridi, vedrai un sorriso. Se tu sei violento, il riflesso dell'altro sarà violento e ti sembrerà tale"

Questo mi spiegava Bashir (nome di fantasia) ieri , con una calma e una naturalezza del colore dei suoi occhi: ''verde-infanzia''. Lui, grafico autodidatta druso, lavora in una ong che si occupa di bambini.

Non è scontato pensare quanto i bambini siano il riflesso della nostra società, come della famiglia o dell'ambiente in cui vivono. Certo ogni specchio ha le sue differenze, per forma, dimensione e materiale e il determinismo culturale lo abbiamo seppellito anni fa grazie a un po' di buon senso con altre rischiose teorie generaliste.
Ma il loro cuore e il nostro  resta uno specchio e questo implica non poche responsabilità.
Tutto riflette, ahimè anche la pagina del profilo di fb (che comunque è taroccabile, potrei fingermi neonazista con pochi click). La nostra politica, il nostro malcontento, i gusti, gli ideali. Specchi. Come le facce del diamante pirandelliano, una, nessuna e centomila.

E il viaggio è l'incontro di specchi con specchi. Culture su culture, e palazzi e deserti. Una meta senza incontri non esiste. Anche l'eremitaggio è un incontro con se stessi.
Un gioco dai riflessi infiniti che ti da la percezione di quanto diventiamo infiniti l'uno nell'altro anche se allo stesso tempo l'uno e' il confine dell'altro.
Contorni netti, come le iridi degli occhi e sfumati dalla vertigine di uno specchio che si specchia in un altro speccio
C'e' da far girare la testa, lo so.
Pensa se qualcuno cominciasse a mostrare un'immagine positiva e aperta all'altro.

Riflettete gente riflettete.

ps. Che cosa posso saperne io di immagine se devo fare 5 minuti al giorno di autoconvinzione prima di guardarmi allo specchio?
postato da: Bristola alle ore 13:37 | Permalink | commenti
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domenica, 06 settembre 2009
Vivere per raccontare
mezza domenica a Beirut

“Bevo l’ultimo sorso e ritorno alla stanza che da un po’ chiamo casa”.
(MCR)

Quanto è facile scrivere la parola “partenza” nella propria agenda.
Altrettanto difficile è raccogliere appunti di viaggio. Allora ho adottato un metodo che mi è parso geniale,  suggeritomi involontariamente da una simpatica ragazza olandese che ho conosciuto qui: scrivere delle parole chiave che mi ricordino gli eventi, le sensazioni, gli incontri di ogni giorno. Semmai ci sarà tempo per sviluppare il tutto, lo faro’.
Certo non posso annotare sul blog cose del tipo:
ostello-bianco-in bagno con la chiave-shampo-strada sbagliata-lotta cruenta con tassisti-targhe rosse-digiuno-movida-contraddizione-inattività-dubbio.
Comunque,  sento che così potrò fermare un po’ di cose. Il tempo, quello no.
A un’altra cosa non sono riuscita a porre rimedio, forse non ci riuscirò mai. Quel sottile timore (che spesso si trasforma in ansia mangia-unghie) di non vivere le cose pienamente. Lo stare ore in redazione non mi permette di vedere Beirut e il Libano?
Ebbene, sarei così intraprendente da farlo se potessi-volessi? Questa forza ansiosa del “devo-fare”,”devo vedere” e “devo essere” spesso porta a comportarsi come schizofrenici.

Oggi, libera uscita, forzandomi di non dormire tutto il giorno (dato che mi son ritirata alle 4 dalla movida libanese) ho deciso di compiere la missione “Trova una messa”. Ce ne sono a bizzeffe, ma devi beccare la chiesa giusta al giusto orario e sei fortunato anche nella giusta lingua.
E così è stato. Ho beccato la messa di mezzogiorno in inglese nella chiesa di San Francesco, ad Hamra, quartiere musulmano, un tempo cuore della città e teatro di violenti scontri durante la guerra civile.

Hamra è semideserto, “Molti dormono fino alle 4 del pomeriggio perché è domenica ed è Ramadan”, mi spiega Ahmad, il cameriere del bar dove ho preso un cappuccino (caffè turco nemmeno a pagarlo e non so perché). Dopo appena due giorni a Beirut ho capito l’effetto del Ramadan sulla società araba. E’ tutto moolto più calmo, più lento. Anche a livello di cronaca e di politica non succede nulla. Le giornate in redazione sono più vuote di quanto si possa immaginare.

La messa è stata un’esperienza degna di nota. Il mio inglese liturgico è arrugginito per cui ho capito poco o nulla. Lo stesso avrei voluto avere una telecamera nascosta per documentare la scena.
Chiesa colma, come non la si vede nemmeno a Pasqua. Tutta la comunità cattolica filippina di Beirut riunita. Percentuale femminile 98% . Era tutto molto allegro. Il coro vestito di bianco con la gonna bianca e il foulard bianco di merletto che usavano le nonne per la messa. I canti, una fusione tra  la ‘neomelodica’ americana stile Celine Dion e il gospel, erano proiettati sul muro (un ingegnoso karaoke manuale gestito da una tipa che faceva scorrere il foglio con le parole).
Ho pensato: basta la loro fede semplice a colmare il vuoto che abbiamo in molti nel cuore.
C’è da dire, anche,  che la domenica è l’unico giorno libero per filippini e srilankesi che vengono a lavorare qui come camerieri o manovali. Mi hanno spiegato che per via dell’instabilità politica in Libano è come se non ci fosse governo. Non si prendono decisioni facilmente per non scontentare le varie fazioni. Questo vuoto normativo determina la mancanza del rispetto dei diritti umani e civili di alcune minoranze (come nel caso dei migranti filippini etc.) o maggioranze scomode (alias i palestinesi).

Dopo la messa, con la città semideserta ho deciso di andare sul lungomare (foto). Il resto del tempo l'ho trascorsa dormendo-lavando i panni- facendo finta di studiare.
Il mio avventuroso viaggio di un’ora per tornare a casa, a fronte dei 10 minuti impiegati all’andata, ve lo racconto un’altra volta.


6 settembre 2009. Al Manara - lungomare di Beirut

C’è un tempo per vivere e uno per raccontare.

Tisbah –al heer Italia, buonanotte.
postato da: Bristola alle ore 21:30 | Permalink | commenti
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giovedì, 27 settembre 2007
Israele/Palesitina

Il Ramadan di Rabbi Nathan

La festività ebraica dello Yom Kippur e quella musulmana del Ramadan si celebrano contemporaneamente quest'anno. Un Rabbino ed un Imam pregano uno di fronte all'altro presso la tomba di Rachele, con l'anima a cavalcioni del muro alto 12 metri che li separa.
La parte vera di questa storia mi è stata raccontata: un rabbino smarrito cercava la tomba di Rachele, ma la costruzione del muro lo aveva messo in confusione e non sapeva come raggiungerla. Si lamentava dicendo: "Un tempo andavo anche a piedi".
Testo di Laura Conti, foto di Federica Battistelli (Caschi Bianchi in Israele/Palestina)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 25 settembre 2007

 

"Come diavolo funziona questo coso ... allora: http://www.rachelstomb.org/".
Sullo schermo compare: Benvenuti nel sito della Tomba di Rachele, Betlemme, Israele. "Ah ecco. Ma come capisco dove devo andare? Ma si paga per entrare?"
Nathan è confuso. Dall'alto della sua esperienza di Rabbino Gilo terminal checkpoint. Foto di Federica Battistelli, settembre 07. settantacinquenne, proprio non riesce a simpatizzare con Internet: gli sembra tutto così immateriale, volatile e la vecchia scuola gli insegna che la 'pietra resiste ai secoli per la sua essenza, la parola, invece, nasce e muore nello stesso istante in cui è pronunciata'. L'unica cosa che sa è che vuole visitare la tomba della profetessa Rachele in occasione del digiuno dello Yom Kippur. Sul sito riesce a leggere la storia, a fare un tour virtuale e a sottoscrivere, inconsapevolmente, l'adesione al programma "Sostieni Israele: porta una pizza a un soldato che fa la guardia alla tomba", ma proprio non trova l'esatta ubicazione del sito. Manda a strabenedire il pc e decide di prendere un autobus: troverà la tomba da solo. In gioventù c'è stato più di una volta. Ma un tempo si andava a piedi, in pellegrinaggio, insieme agli altri rabbini, e il giorno seguente si faceva un picnic con la comunità. Adesso i tempi sono cambiati: lui non ce la fa a camminare e la comunità la incontra soltanto di Shabbat. Non si ricorda nemmeno bene come siano fatti gli autobus. Chiede ad un ragazzino quale autobus deve prendere per 'Gilo', perché si ricorda che la tomba si trova vicino all'insediamento di Har Gilo. Il giovane, perplesso, indica un piccolo pullmino bianco a bande blu, con il numero "124" e la scritta in inglese: Bethlehem. Il Rabbino sale sul mezzo: "Shalom!". L'autista, un arabo di un metro e 50 un po' stempiato, lo guarda come se avesse visto Arafat redivivo, stacca un biglietto da 3,50 shekel (70 centesimi) e lo porge all'uomo. Automaticamente tutti gli occhi presenti nell'abitacolo del pullman si concentrano su un punto, ovvero, verso di lui. Rabbi non se ne accorge, stamattina ha messo un collirio negli occhi per contrastare la cataratta ormai diffusa nel suo occhio destro, ma soprattutto non si è reso conto di essere salito su un autobus palestinese, pieno di arabi, quelli con la carta d'identità verde, lavoratori e studenti diretti a casa loro, Betlemme, città nei Territori Palestinesi. Si siede accanto ad un vecchio con la kefia in testa che scambia per una suora col velo particolarmente variopinto, e si immerge nella lettura del libretto di preghiere.
Quando l'autobus si ferma al capolinea, i passeggeri si riversano fuori correndo e sgomitando. "Quanta furia", pensa Nathan che esce per ultimo. Vede una fila di gente, scomposta e rumorosa: uomini, donne, ragazzini che vendono caramelle, tutti compresi a scambiarsi rispettosamente sudore, improperi, risate o sguardi eloquentemente spenti. Ma al centro dell'attenzione di quella Simmenthal umana ritorna ancora una volta quel pazzo di un rabbino. Mousa, dal basso dei suoi 9 anni prova a sfilargli il portafoglio, ma è debitamente redarguito da un ceffone formato famiglia della madre. Fra spintoni e scherni il devoto rabbino riesce a raggiungere il bandolo della matassa, ovvero la fine della coda. Ad accoglierlo Uri, un diciassettenne con la scodella da soldato in testa, la faccia di chi è annoiato a morte per essere lì di Yom Kippur; continua a dire ad intervalli di cinque minuti, in un arabo tradito dalla sua 'r' moscia, che da lì non si passa, che è tutto chiuso per la festa, ad una calca di gente infuriata ma impotente.
- Ehi tu? Che fai qui? Sei pazzo o scemo? - si rivolge a Nathan
- Sono in fila da tre ore. Voglio andare a pregare sulla tomba di Rachele
- Non puoi stare qui ... chi sei? mostrami la tua I.D?
- Insomma, che modi. Abbi rispetto per un rabbino - e fa per prendere la carta d'identità dalla tasca, dove malauguratamente c'è il rigonfiamento del piccolo rotolo di Torah che porta con sé.
- Non muoverti di un millimetro ... Ha una bomba! Il muro di separazione, foto di Federica Battistelli, settembre 07.
Nathan si ritrova col naso spalmato sull'asfalto, le braccia legate dietro la schiena e due o tre canne di M-16 puntate alla nuca. Non capisce più nulla, gli verrebbe da piangere per lo sconforto, nemmeno riesce a parlare. Dopo un'accuratissima perquisizione i cui particolari lo stesso Nathan vorrà dimenticare, i soldati si convincono che non è un terrorista mascherato e lo cacciano via con classe: "Ci scusi 'rav' ma l'abbiamo fatto per la sua sicurezza".
Intontito, il vecchietto cammina lungo il perimetro di quel muro di cemento che proprio non ricordava esserci l'ultima volta che era stato là, circa quattro anni fa. Nathan è confuso. Gira ormai da tre ore, fra cancelli chiusi, filo spinato, giovani soldati irriverenti che lo sbeffeggiano. La fame, il caldo dovuto al suo abito penitenziale, gli annebbiano il cervello. Lui voleva solo pregare sulla tomba della profetessa ed, invece è su una strada sgangherata piena di jeep militari e di 'arabi' (perché alla fine si accorge che erano arabi) che lo guardano storto. Trova un punto vagamente familiare e decide che la tomba debba essere proprio dietro a quelle mura. Inizia la sua orazione.

Lo Yom Kippur cade nello stesso mese in cui i musulmani celebrano il Ramadan. Dall'altra parte, diversi uomini palestinesi che non sono potuti andare a pregare a Gerusalemme, decidono di sostare in preghiera davanti al checkpoint di Gilo. Davanti a loro Ahmad, guida spirituale della Moschea di Betlemme, settantacinque anni ed un terzo di denti rispetto a quelli normalmente in dotazione.
Entrambi gli stomaci brontolano: sia quello di Ahmad che quello di Nathan, effetto di uno stesso digiuno sacro che a settantacinque anni si stenta ad osservare. Entrambe le ginocchia si piegano, sudando a contatto con lo stesso asfalto rovente di settembre. Le due bocche sussurrano salmi e preghiere in lingue, sì diverse, ma con la stessa cadenza, e lo stesso silenzio ma soprattutto lo stesso spirito pronto ad elevarsi, e probabilmente le loro anime sono sedute a cavalcioni su quel muro alto 12 metri mentre dialogano con l'Altissimo. Un soldato dalla torretta di guardia invece assiste alla scena perplesso e divertito. È troppo giovane per capire la piccola bellezza di quel momento: un rabbino ed un Imam - ma prima di tutto due uomini - che pregano uno di fronte all'altro. A separarli, solo un muro.
A circa cinque metri da dove Nathan celebra il suo Ramadan-Kippur, c'è un cartello giallo, con caratteri in ebraico con su scritto: "Tomba di Rachele, ingresso riservato ai soli ebrei osservanti dalle 9 alle 20. Entrata lato muro".

postato da: Bristola alle ore 11:40 | Permalink | commenti
categoria:viaggi, palestina, riflessioni, letteratura, attualitĂ 
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martedì, 28 novembre 2006
Pronti...partenza, ma non si va VIA!

Incantati in uno strano "sabato del Villaggio", senza troppa possibilità di arrivare alla domenica. Preparativi su preparativi, psicologici. Lezioni sui diritti umani, la non violenza, le dinamiche di conflitto. Un convegno organizzato da Medlink,
per la cooperazione tra i paesi del Mediterraneo.


"Più di 30 Paesi del bacino Mediterraneo da tre continenti Europa,
Asia,Africa si uniscono discutono, affrontano si organizzano e manifestano.
IL no alla GUERRA.
MEDITERRANEO mare di pace no al occupazione.
MEDITERRANEO mare dei diritti.
MEDITERRANEO mare dei scambi economici sociali e culturali .
MEDITERRANEO mare in cui le donne sono le protagoniste,
 no al patriarcato e ad ogni fontamentalismo.

Siamo alla terza ed ultima settimana di formazione per il gruppo "Resto del mondo". 24 ragazzi in procinto di partire per destinazioni quali l'africa (Zambia, Tanzania, Kenya), Asia (Bangladesh, Israele/Palestina), Europa dell' Est (Albania) e Russia. Luned' prossimo ci riuniremo al gruppo America Latina (sperando non nascano dinamiche di conflitto tra di noi ).
Caschi Bianchi, un nome che nonostante le mille e mille discussioni in merito...non so definire.

Volevo però mettervi una pulce nell'orecchio: Non tutti partono con la stessa facilità. Quando pensiamo al viaggio di missione crediamo che tutte le porte ci vengano aperte, di essere portatori di verità e di speranza. Niente di più sbagliato. E se "qualcuno" non volesse il nostro aiuto? Se ci fosse un intoppo, ad esempio alla "dogana"?. Provate ad immedesimarvi nell'immigrato...ecco così, in terra straniera siete immigrati, seppur lavoratori o missionari. Non sempre fate comodo.

Esempi concreti?
1) In India, la responsabile italiana di una casa famiflia da 5 anni entra nel paese col visto turistico. Sarebbe più facile entrare come spacciatori in definitiva. Laggiù, la religione viene strumentalizzata, ed il sistema delle caste serve a mantenere una "stabilità sociale" di comodo: "Tu sei quello che sei da quando sei nato, la tua condizione cambierà nella prossima vita". Capirete che chi lavora con i Paria (la casta più bassa) e li risolleva dallo stato di indigenza, non è ben visto dai governi.

2) Le ragazze che partono nel mio gruppo, rispettivamente da Bangladesh e Russia, non sono riuscite ad ottenere il visto annuale...quindi partenza rimandata a gennaio. La burocrazia colpisce noi adesso

3) Last but not Least...Noi "partenti" per i Territori Palestinesi, dobbiamo superare il controllo all'aeroporto, dichiarare di lavorare per un'associazione israeliana (Dire che lavoriamo per una ONG che fa monitoraggio dei diritti umani non è una pubblicità buona di fronte ai presunti violatori).


Quindi partire non è sempre facile. Ma il passo più grande resta sempre quello di fare la valigia.
postato da: Bristola alle ore 09:07 | Permalink | commenti
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