domenica, 15 novembre 2009
Venga il tuo regno...

Un mese fa, esattamente. Coi pensieri impastati da una notte precedente, trascorsa nella più classica delle dimensioni: "party del sabato sera". Avevo salutato l'alba sgusciando fuori dal taxi, camminando nel silenzio innaturare del quartiere di Ashrafieh, in una città che non metti a nanna facilmente. Beirut.

La riflessione su un blog di un'amica, sullo spazio degli invisibili, dei profughi, delle cosiddette "displaced persons" che vivono nei campi delle Nazioni Unite da generazioni, mi ha fatto venire in mente la visita a El Buss, uno dei campi palestinesi in Libano.

Avrei voluto vivere di piu' questa dimensione e meno quella 'mondana' della capitale dei "Cedri". Non è l'Africa. Non vedi gente malnutrita o la morte ai bordi delle strade. Un occhio poco attento potrebbe pensare di trovarsi in un "campo nomadi" in Italia. I colori sono esattamente quelli: pavimenti senza mattonelle, piedi nudi, acqua da tutte le parti, bambini che sgusciano da un lato all'altro, percorsi alternativi  e motorini.

La luce va. La luce viene. Dalle 5 alle 10 volte al giorno. Esistono due fonti energetiche e dunque due bollette: quella tradizionale, inutile, che se ne va via di frequente, e quella dei generatori a gasolio condivisi.

Ci invitano in un negozio di abbigliamento saudita: vestiti neri di classe, ricamati, che ti coprono dalla testa ai piedi e non lasciano intuire nulla, nemmeno la biancheria provocante esposta esattamente di rimpetto a quegli ''scafandri postmoderni della pudicita". Quella 'lingerie' ammicca a tutt'altro. Fra le quattro mura, le regole sono identiche, da che mondo e mondo.

Cinque caffè, sette bicchieri di pepsi, tre banane, due hamburger, uva, due dolcetti, una fetta di torta, due succhi di frutta....voglio morire, basta. Ma l'ospitalità è sacra e non riesci a dire di no. Di casa in casa il rito del caffè e del saluto. si parla di scuola, di politica, di quando l'Italia ha vinto la coppa del mondo nell'82 regalando il trofeo all'Olp di Arafat per 2 mesi ("alla faccia di Maradona che voleva darla a Israele", mi spiega uno dei 'capoccia' di al Fatah del campo). Così in un arabo stentato, quasi bambino, mi racconto, si raccontano. Ogni tanto qualcuno tira fuori un tricolore. Nei campi profughi del Libano, molti tifano Italia. Peccato l'Italia non tifi mai per loro.

Desiderio di terra promessa.
"Tu sei stata a al-Quds (Gerusalemme)?"...
"ehm si"...
"e come è ?"
"eluah echtir...è bellissima"
"io sono di al-Quds ma non ci sono mai stata...."
"inshallah biddi ruhu fil 'Quds... un giorno ci andrai in Shallah"
"in Shallah"
In quella signora cinquantenne, dietro rughe che non le appartenevano, si celava il desiderio di una terra, diventato piu' grande di qualsiasi altra chimera. La Terra Promessa è quella che muove le anime e le paralizza allo stesso tempo, E' luce negli occhi di chi decide il cammino, è tenebra nello sguardo di chi la sogna e la brama. La terra promessa e un pezzo di carta che ti impedisce di vederla. Lo chiamano documento di identità, anche se a volte questa stessa identità te la cuce addosso, come un tatuaggio coi numeri, come una stella a sei punte.

Io, in tutto questo ci vedo una paradossale traccia del "Regno", quello con la "R" maiuscola. Nella nostra mancanza di umanità, nel voltare le spalle a questa situazione, percepisco la distanza, il ''nostos'' da questo reame senza scettro dove corona sono le stelle.
Il Regno è in noi e tutto intorno a noi. E qualcuno ne conserva ancora, in un cassetto, la chiave.
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categoria:palestina, riflessioni, sfogo
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lunedì, 19 ottobre 2009
Identità: "Stageur"

Questo era il mio titolo su un'email spedita al mio capo qualche giorno fa. "STAGEUR". E' un termine elegante e professionale. Come quando dici "toilette" invece di "bagno", insomma. Stageur, stagista, tirocinante. Già arrivare a questo punto è un discreto traguardo perchè di questi tempi c'è competizione anche per un semplice tirocinio sottopagato o 'nulla-pagato'.

Cerco sui siti web qualche annuncio di lavoro per passare da "stageur" a "precaria". Sarebbe già un passo avanti. Uno stipendio minimo, la certezza di sapere che per tot mesi si lavora in un posto. Ma nulla. Tutte le posizioni di "Communication officer" o addetto alla comunicazione sono destinate agli stagisti.
Non potete mettere accanto all'annuncio di lavoro di Project manager da 2mila euro l'anno, la richiesta per stagisti per uffici stampa (perchè essere stagisti per le testate è una fortuna ben piu' rara legata alla frequenza delle scuole di giornalismo). Prendere in prova e, semmai, assumere no vero?

Ho il sospetto, ma solo il sospetto, che le aziende ci marcino sopra non poco. Un sistema economico che da profana definirei "lavoro riciclabile a costo zero". Nella pratica assumono (se così si puo' dire) stagisti per 3-6 mesi per poi salutarli complimentandosi per il loro lavoro e scusandosi se "per ora il mercato in crisi e non ci sono assunzioni in vista". Poi sostituiscono la 'pedina' lavorativa con un nuovo ambizioso cadetto. E fintanto che la domanda di lavoro cresce e l'offerta è bloccata, resterà questo bacino di lavoratori disponibili a prestare servizio gratuitamente.
Solo che questo sistema economico crollerà presto sulle spalle di chi lo sta mantenendo per convenienza per due ragioni.
Anzitutto gli stageur gravano sul bilancio familiare  (per cui sulla stessa generazione di 'poltrone assegnate' che non assume). In secondo luogo, "uomo che non guadagna non spende, non consuma e non acquista". Ergo, le imprese di qualsiasi specie si stanno buttando la zappa sui piedi.

"Ma di che ti lamenti che ti stai facendo un curriculum di tutto rispetto lavorando all'estero?"
Giusta osservazione. Ripeto, non mi lamento assolutamente. Tuttavia conosco gente che ha curriculum decennali, conoscenza perfetta dell'arabo, esperienza sul campo e nonostante cio' non trova lavoro. Tra l'altro questa esperienza la possono fare in molti. Basta avere un tantino di intraprendenza, un po' di soldi da parte ed essere disposto a qualche sacrificio.
Tipo passare il giorno del proprio onomastico seduti da soli in un internet cafe a scrivere uno stupido post autoreferenziale come questo. Ma altre volte potra' capitare invece di trascorrere il compleanno in compagnia di una decina di ballerini di dabka (danza palestinese). Dipende dalle occasioni e dalla fortuna. Ogni volta che lascio un posto per un altro c'è sempre qualcuno in piu' che mi manca e qualcuno di nuovo da incontrare. E mi chiedo se questo pellegrinare da una parte all'altra abbia senso sia per la ricerca del lavoro che per ragioni interiori.
"Cosa fai qui?"...mi chiedono taxisti, avventori o proprietari dei bar, negozianti, vicini di camera all'ostello.
"Stage di giornalismo...studente....internship". Non so perchè non riesco a dire: "Giornalista" e basta.

"Anche a me sarebbe piaciuto FARE il/la giornalista", mi dicono molti con sguardo confidenziale e di rispetto.
Io invece volevo diventare regista (per un periodo anche il tecnico del computer). Il mio primo lavoro l'ho realizzato a 8 anni con una vecchia 8 mm. Un horror di 15 minuti intitolato "Quella casa accanto al cimitero" nel quale il mio vicino di casa, a causa di una scatoletta di legno maledetta, diventava uno zombie (riempito di farina ...che effetti speciali!). Special Guest Star, Rossino, il gatto di casa.
C'è a chi piacerebbe FARE il/la cronista, e io ,che lo SONO (o almeno spero), non so come FARE.

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lunedì, 16 giugno 2008
Uomo in mare

''La prima cosa è il mio nome,
la seconda quegli occhi,
la terza un pensiero,
la quarta la notte che viene,
la quinta quei corpi straziati,
la sesta è fame,
la settima orrore,
l'ottava i fantasmi della follia,
la nona è carne,
la decima è un uomo che mi guarda e non mi uccide'' (da OceanoMare di A. Baricco)


A largo delle coste di Malta hanno trovato altri naufraghi, probabilmente provenienti dalla somalia. 28 persone. Si sono salvate aggrappandosi alle gabbie per i tonni. Repubblica online di oggi gli dedica un articolo.

Ma non è della disperazione di quella gente, dell'angoscia che voglio scrivere. Mi mancano gli strumenti ed è un dolore troppo intimo perchè sia io a parlarne.

Di altro voglio scrivere. Del fatto che i naufraghi non sono sempre loro, che lottano contro le onde di sale e scappano da un posto nel quale ogni diritto gli viene negato, finanche quello di sognare.
Un uomo è in mare.
Alla deriva dei suoi pensieri.
dell'economia.
l'uomo di sente inutile perchè ha imparato a vedere il mondo in termini di utilità
si sente solo e non sa stare solo perchè gli hanno detto che se non colleziona affetti è un asociale.
L'uomo annaspa, fra le pieghe del pensiero, nello sconforto collettivo

E' come stare sulla zattera di cui parla Baricco nel romanzo sopra citato. Poche provviste e risorse, ed invece di adoperarsi per tornare a riva, si comincia a lottare con unghie e denti per accaparrarsele, strapparsele di mano. Fin quando non finiranno e allora più che la ''fame potrà il digiuno''.
Intanto su questa zattera stiamo provando a buttare giù il diverso da noi.
Ma ci stiamo costruendo salvagenti di piombo: la diffidenza, le dipendenze, l'alienazione, il relativismo culturale o l'estremismo (anzi l'oltranzismo), i sacrifici in nome del futuro, la contrazione del nostro tempo. E non  ci sono gabbie di tonni a cui aggrapparci.

Per fare un'altra citazione letteraria (non che legga così tanto) nella novella ''C'è qualcuno che ride'' Pirandello inscena un grottesco episodio di follia collettiva e comportamento di branco. quando in una situazione che si presume sia seria, tre personaggi alieni da quel clima ridono e sorridono, finchè non vengono circondati da una massa che li guarda con folle riprovazione poichè li ritiene colpevoli di ridere in una circostanza sconveniente (anche nemmeno loro sanno perchè sono stati invitati). Ecco tante volte mi sento di fronte a questi comportamenti collettivi.

un uomo in mare, ma se non ha il coraggio di tendere la mano verso quella realtà sconosciuta che è l'altrui anima...
difficilmente galleggerà a lungo
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giovedì, 17 aprile 2008
Io NON mi vergogno di essere nata in Sicilia...
della fila scomposta al semaforo, degli autobus rari e stracolmi, delle spiagge caotiche ed abbandonate.

Non mi vergogno se mia nonna non parla italiano. Non mi vergogno se non abbiamo le industrie.

Non mi vergogno se all'estero mi cantano la sigla del padrino, chiedendosi se la mafia si esprima con le sparatorie.

Non mi spiace neanche se il 'fancazzismo' è lo sport locale, se in primavera a scuola si dorme sui banchi, se le aule delle università sono talmente vuote da poterci giocare comodamente a bowling.

Non mi vergogno, non è questo il problema.

Mi vergogno quando mi dicono, ho votato questo tizio perchè è l'unica speranza che mio figlio trovi lavoro.

Mi vergogno quando fallisce un esercizio commerciale al mese, quando ogni
volta c'è un "incendio spontaneo" da qualche parte. Quando un giovane per trovare lavoro deve conoscere almeno almeno due o tre persone.

Quando qualcuno si lamenta della mancanza di cultura della legalità e rispetto mentre parcheggia l'auto sopra il marciapiede.

Esplodo dalla rabbia sentendo i discorsi di alcuni studenti a scuola come all'università, che vedono l'elemento scuola come un "nemico", qualcosa da neutralizzare. Quando il loro vero scopo è il voto in pagella (chi punta al ribasso, chi invece muore se non prende 8) e non comprendono, immemori, che qualcuno ha lottato e lotta per il diritto all'istruzione.

Mi sento soffocare quando guardo alla struttura piramidal-feudale dell'università, nella quale regnano cariatidi di vassalli e valvassori, ed i valassini elemosinano dottorati e borse di studio. Le materie sono merce di scambio, i fondi pubblici servono ad ampliarsi il castello. Quelli bravi o scappano o restano uccisi dal sistema.

Mi vergogno  quando alla villa Mazzini sento un padre dire ad un bambino: "A padda ie toi. Iddu n'avi a tuccari" (La palla è tua, lui non deve toccarla).

Mi vergogno
profondamente per la tristezza dei corridoi del Policlinico, dove la gente sta male o muore nella totale indifferenza, perchè un-figlio-di-papà qualsiasi, messo la per "favoritismo", non è in grado di eseguire una diagnosi...e questo non riesco davvero a perdonarlo.


NON CI STO...

Io sono fiera di persone come Pino Puglisi, Libero Grassi, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Placido Rizzotto, Peppino Impastato.

Io sono fiera di operatori di pace che ancora non si stancano di parlare: Padre Alex Zanotelli, Suor Gabriella della Caritas di Messina, le suore di Madre Teresa a Palermo, il cronista Lillo Abbate, Suor Carolina, l'assistente di don Puglisi, Padre Franco Montenegro, il comitato No-Ponte, Rita Borsellino, il comitato Addio-Pizzo e la moglie di Grassi, i miei fratelli della Gioventù francescana ed il loro impegno con i ROM, gli immigrati, le case famiglia, i bimbi dell'ospedale.
Da questo riparto oggi...
...e, spero in maniera costruttiva,
Non starò più in silenzio.


(piccola nota informativa:
Sono almeno nove, tra i quali due bambini, i civili uccisi ieri in un’ incursione dell’aviazione israeliana sul campo profughi di al Burej, nel centro della Striscia di Gaza (da Misna.org )
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categoria:riflessioni, sfogo, ingiustizie, politica attualitĂ 
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venerdì, 12 ottobre 2007
PALESTINA   12/10/2007   8.29
I BAMBINI DI GAZA GIOCANO AL BUIO, LA TESTIMONIANZA DI PADRE MUSALLAM
  dall'agenzia stampa MISNA

Quello che sta succedendo a Gaza è una palese violazione di tutte le regole del diritto internazionale e anche delle convenzioni sul trattamento dei civili durante un conflitto, perché qui a Gaza siamo in guerra”. Padre Manuel Musallam, parroco della chiesa della Santa Famiglia e unico sacerdote cristiano di rito latino nella Striscia. Responsabile di una scuola che raccoglie oltre 1200 bambini, di ogni estrazione e credo religioso, tra Bir Zeit e Gaza, padre Musallam racconta: “Abbiamo solo poche ore di elettricità al giorno e durante la notte, quasi sempre, le strade sono prive di luci. I più piccoli sono spaventati, condannarli a vivere nel buio è una violenza terribile”. La popolazione affronta le privazioni a cui è costretta come una sorta di “punizione collettiva per un crimine che nessuno ha commesso – spiega - e ancora una volta sono i più deboli a farne le spese più degli altri”. Come se non bastasse l’elettricità, anche l’acqua è razionata e trovare generi di prima necessità implica attese e un lungo andirivieni da un negozio all’altro: “Durante Ramadan vedevi le madri correre da un negozio all’altro in cerca di sale, farina, olio e latte per preparare l’iftar, il pranzo che segna la fine del digiuno – racconta – e i prezzi sono saliti alle stelle". La crisi economica, secondo il sacerdote ha raggiunto livelli spaventosi e oltre la metà della cittadinanza è senza lavoro. Ma quello che più preoccupa padre Manuel è la violenza crescente che si respira tra le persone, e che minaccia di continuo la pacifica convivenza tra gli stessi palestinesi. “Il nostro popolo è sempre stato tra i più democratici del Medio Oriente, le elezioni che si svolgevano qui erano prese ad esempio da tutti – dice – ma ora la cultura della tolleranza e del rispetto è messa a repentaglio da gruppi di facinorosi, che instillano il seme dell’odio tra le persone. E non mi riferisco ad Hamas, che non è affatto un baluardo del fondamentalismo, tanto è vero che noi cristiani abbiamo ottimi rapporti con molti dei suoi esponenti. Il sacerdote è contrario anche a chi parla di intimidazioni nei confronti dei cristiani che vivono nella Striscia, in modo particolare dopo l’uccisione in circostanze ancora da chiarire di Rami Khader Ayyad, dipendente di una organizzazione protestante per la diffusione della Bibbia. Un episodio che ha dato fuoco alle polveri di quanti sostengono la teoria dello scontro tra le religioni. “Qui cristiani e musulmani vivono insieme, mangiano insieme, lavorano insieme. La violenza è il corredo sudicio di ogni forma di estremismo. Noi cristiani siamo arabi, siamo palestinesi e siamo il frutto di questa nazione. A chi tenta di dividerci dico: a Gaza si resiste, e si soffre tutti insieme”. 

Alessia de Luca

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categoria:palestina, news, sfogo, religione
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lunedì, 11 giugno 2007
IO DICO
BASTAAAAA!!
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categoria:pensieri, riflessioni, sfogo, ingiustizie
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venerdì, 24 novembre 2006

Oggi mi sento particolarmente demotivata. Anzi oserei dire scazzata oltremisura.

So che non è poetico, aulico, utile, interessante e/o accattivante esprimere la propria "sminchiataggine" in rete. Non "gliene può fregà de meno a nessuno". Eppure...come il foglio che distratta imbratto per dispetto a qualsiasi illustre interlocutore accademico, utilizzo questo spazio inutilmente e me ne compiaccio.

Stanca di mettere in piazza i miei trip mentali, re-inauguro la mia fase ermetica.

Propositi della giornata: a) non bere oggi b)fare qualcosa di costruttivo, ovvero...lavorare. c)inventarMI di sanapianta. d) essere meno "EGOconcentrica"

postato da: Bristola alle ore 10:18 | Permalink | commenti
categoria:pensieri, riflessioni, sfogo
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lunedì, 21 agosto 2006
noto con profondo rammarico che il blog in fin dei cont rispecchia la mia vita reale. Inesorabilmente desert senz'appello. e quello che ti sei scelta, mi dico in fondo: fissare continuamente lo stesso angolo di mondo mentre la gente va avanti. Avere un sogno per ogni centimetro quadrato del mio essere, ma poi perderlo stritolato da sanguigni istanti di realtà.

Cercò riposo solo riposo. Venderei il mio passato e tutte le mie esperienze per avere una fetta di present dove dire:sto vivendo davvero. Basta con la menata che la vitasi costruisce da sé. Ci sono una serie di fattori contro cui si sbattono le corna continuamente. In questi momenti annaspando nel mare della mia psiche contorta, ecco mi arrendo alla crudele evidenza.

BASTA
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categoria:pensieri, riflessioni, sfogo
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mercoledì, 02 agosto 2006
Non c'è armonia che tenga stasera.
Posa stanca sul foglio, la biro, asciutta di emozioni.
Non ci sono parole confezionate apposta per l'occasione.

solo una realtà capricciosa da spingere a fondo. Oggi non ho la forza di risalire. Oggi non ho la risposta. Anzi ho deciso di non pormi domande.

Niente di più facile, mandare la propria vita a puttane.
Senza un motivo preciso.
Stanca di non essere felice
Stanca di costruire un sorriso da pubblicità di dentifricio
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categoria:pensieri, riflessioni, sfogo, aforismi
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mercoledì, 05 luglio 2006
So che la ripicca non è un'arma... il blog non dovrebbe dare adito a lamentele o ferire chicchessia, ma non sapendo contro chi/cosa sputare veleno...

Mi limito a citare più o meno qual'è stato a grandi linee il dialogo:
"Papà, guarda che non c'è bisogno che stiri anche le mie mutande".
"(Sproloquio...sproloquio)...ma vaffan....!"

Ora essere mandata a quel paese per questo mi irrita alquanto....

GRRRRRR.
Attenzione , mordo
postato da: Bristola alle ore 17:45 | Permalink | commenti (1)
categoria:sfogo
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