Venga il tuo regno...
Un mese fa, esattamente. Coi pensieri impastati da una notte precedente, trascorsa nella più classica delle dimensioni: "party del sabato sera". Avevo salutato l'alba sgusciando fuori dal taxi, camminando nel silenzio innaturare del quartiere di Ashrafieh, in una città che non metti a nanna facilmente. Beirut.
La riflessione su un blog di un'amica, sullo spazio degli invisibili, dei profughi, delle cosiddette "displaced persons" che vivono nei campi delle Nazioni Unite da generazioni, mi ha fatto venire in mente la visita a El Buss, uno dei campi palestinesi in Libano.
Avrei voluto vivere di piu' questa dimensione e meno quella 'mondana' della capitale dei "Cedri". Non è l'Africa. Non vedi gente malnutrita o la morte ai bordi delle strade. Un occhio poco attento potrebbe pensare di trovarsi in un "campo nomadi" in Italia. I colori sono esattamente quelli: pavimenti senza mattonelle, piedi nudi, acqua da tutte le parti, bambini che sgusciano da un lato all'altro, percorsi alternativi e motorini.
La luce va. La luce viene. Dalle 5 alle 10 volte al giorno. Esistono due fonti energetiche e dunque due bollette: quella tradizionale, inutile, che se ne va via di frequente, e quella dei generatori a gasolio condivisi.
Ci invitano in un negozio di abbigliamento saudita: vestiti neri di classe, ricamati, che ti coprono dalla testa ai piedi e non lasciano intuire nulla, nemmeno la biancheria provocante esposta esattamente di rimpetto a quegli ''scafandri postmoderni della pudicita". Quella 'lingerie' ammicca a tutt'altro. Fra le quattro mura, le regole sono identiche, da che mondo e mondo.
Cinque caffè, sette bicchieri di pepsi, tre banane, due hamburger, uva, due dolcetti, una fetta di torta, due succhi di frutta....voglio morire, basta. Ma l'ospitalità è sacra e non riesci a dire di no. Di casa in casa il rito del caffè e del saluto. si parla di scuola, di politica, di quando l'Italia ha vinto la coppa del mondo nell'82 regalando il trofeo all'Olp di Arafat per 2 mesi ("alla faccia di Maradona che voleva darla a Israele", mi spiega uno dei 'capoccia' di al Fatah del campo). Così in un arabo stentato, quasi bambino, mi racconto, si raccontano. Ogni tanto qualcuno tira fuori un tricolore. Nei campi profughi del Libano, molti tifano Italia. Peccato l'Italia non tifi mai per loro.
Desiderio di terra promessa.
"Tu sei stata a al-Quds (Gerusalemme)?"...
"ehm si"...
"e come è ?"
"eluah echtir...è bellissima"
"io sono di al-Quds ma non ci sono mai stata...."
"inshallah biddi ruhu fil 'Quds... un giorno ci andrai in Shallah"
"in Shallah"
In quella signora cinquantenne, dietro rughe che non le appartenevano, si celava il desiderio di una terra, diventato piu' grande di qualsiasi altra chimera. La Terra Promessa è quella che muove le anime e le paralizza allo stesso tempo, E' luce negli occhi di chi decide il cammino, è tenebra nello sguardo di chi la sogna e la brama. La terra promessa e un pezzo di carta che ti impedisce di vederla. Lo chiamano documento di identità, anche se a volte questa stessa identità te la cuce addosso, come un tatuaggio coi numeri, come una stella a sei punte.
Io, in tutto questo ci vedo una paradossale traccia del "Regno", quello con la "R" maiuscola. Nella nostra mancanza di umanità, nel voltare le spalle a questa situazione, percepisco la distanza, il ''nostos'' da questo reame senza scettro dove corona sono le stelle.
Il Regno è in noi e tutto intorno a noi. E qualcuno ne conserva ancora, in un cassetto, la chiave.
Un mese fa, esattamente. Coi pensieri impastati da una notte precedente, trascorsa nella più classica delle dimensioni: "party del sabato sera". Avevo salutato l'alba sgusciando fuori dal taxi, camminando nel silenzio innaturare del quartiere di Ashrafieh, in una città che non metti a nanna facilmente. Beirut.
La riflessione su un blog di un'amica, sullo spazio degli invisibili, dei profughi, delle cosiddette "displaced persons" che vivono nei campi delle Nazioni Unite da generazioni, mi ha fatto venire in mente la visita a El Buss, uno dei campi palestinesi in Libano.
Avrei voluto vivere di piu' questa dimensione e meno quella 'mondana' della capitale dei "Cedri". Non è l'Africa. Non vedi gente malnutrita o la morte ai bordi delle strade. Un occhio poco attento potrebbe pensare di trovarsi in un "campo nomadi" in Italia. I colori sono esattamente quelli: pavimenti senza mattonelle, piedi nudi, acqua da tutte le parti, bambini che sgusciano da un lato all'altro, percorsi alternativi e motorini.
La luce va. La luce viene. Dalle 5 alle 10 volte al giorno. Esistono due fonti energetiche e dunque due bollette: quella tradizionale, inutile, che se ne va via di frequente, e quella dei generatori a gasolio condivisi.
Ci invitano in un negozio di abbigliamento saudita: vestiti neri di classe, ricamati, che ti coprono dalla testa ai piedi e non lasciano intuire nulla, nemmeno la biancheria provocante esposta esattamente di rimpetto a quegli ''scafandri postmoderni della pudicita". Quella 'lingerie' ammicca a tutt'altro. Fra le quattro mura, le regole sono identiche, da che mondo e mondo.
Cinque caffè, sette bicchieri di pepsi, tre banane, due hamburger, uva, due dolcetti, una fetta di torta, due succhi di frutta....voglio morire, basta. Ma l'ospitalità è sacra e non riesci a dire di no. Di casa in casa il rito del caffè e del saluto. si parla di scuola, di politica, di quando l'Italia ha vinto la coppa del mondo nell'82 regalando il trofeo all'Olp di Arafat per 2 mesi ("alla faccia di Maradona che voleva darla a Israele", mi spiega uno dei 'capoccia' di al Fatah del campo). Così in un arabo stentato, quasi bambino, mi racconto, si raccontano. Ogni tanto qualcuno tira fuori un tricolore. Nei campi profughi del Libano, molti tifano Italia. Peccato l'Italia non tifi mai per loro.
Desiderio di terra promessa.
"Tu sei stata a al-Quds (Gerusalemme)?"...
"ehm si"...
"e come è ?"
"eluah echtir...è bellissima"
"io sono di al-Quds ma non ci sono mai stata...."
"inshallah biddi ruhu fil 'Quds... un giorno ci andrai in Shallah"
"in Shallah"
In quella signora cinquantenne, dietro rughe che non le appartenevano, si celava il desiderio di una terra, diventato piu' grande di qualsiasi altra chimera. La Terra Promessa è quella che muove le anime e le paralizza allo stesso tempo, E' luce negli occhi di chi decide il cammino, è tenebra nello sguardo di chi la sogna e la brama. La terra promessa e un pezzo di carta che ti impedisce di vederla. Lo chiamano documento di identità, anche se a volte questa stessa identità te la cuce addosso, come un tatuaggio coi numeri, come una stella a sei punte.
Io, in tutto questo ci vedo una paradossale traccia del "Regno", quello con la "R" maiuscola. Nella nostra mancanza di umanità, nel voltare le spalle a questa situazione, percepisco la distanza, il ''nostos'' da questo reame senza scettro dove corona sono le stelle.
Il Regno è in noi e tutto intorno a noi. E qualcuno ne conserva ancora, in un cassetto, la chiave.














