mercoledì, 11 marzo 2009
Non si scende da quella nave
Storia di quattro 'fratelli' migranti


“Ciao Lauretta. Che triste serata ieri e che triste risveglio oggi. Stanotte Samir è partito per Roma perché ormai è maggiorenne. Ibrahim piangeva. Venerdì notte partirà anche Yasser per Milano. Sono spinti dalla fame di lavoro ma stanno soffrendo per questa partenza. Chiedevano di te”.

Avevo il cellulare di fianco al letto e questo sms di S. mi ha dato il ‘buongiorno’. Con i colori del sonno ancora negli occhi ho cercato di fare mente locale: la partenza di Samir e Yasser è uno strappo al cuore e immagino come deve essere stato per le loro famiglie, quando un giorno d’autunno di due anni fa, questi ragazzi, oggi uomini, hanno detto un ‘arrivederci’ che aveva il sapore di un addio.

Era il 7 novembre 2007 e una barca che poteva contenere sì o no 30 persone (ma dove erano stipati 150 uomini) , arrivò arrancando, trainata da una nave della Guardia costiera nel porto di Messina. La prima, forse l’ultima nave di immigrati, che sbarca nel messinese. Nugoli di curiosi e volontari attendevano con scomposto interesse. Dieci ambulanze, la finanza, la polizia, i carabinieri. Accoglienza ‘in pompa magna’, insomma.
“Dovrebbero disinfettarli, saranno pieni di malattie”, dice una signora di fianco a me. Intanto un poliziotto di guardia alla cancellata della rada sentenzia sull’ingresso dei cronisti: “Senza tesserino non si passa”. “Possiamo aiutare. Se solo ci facessero entrare. Certo che al mio paese lavoriamo molto meglio”, si lamenta un volontario della Croce rossa. Ancora oggi mi chiedo che aiuto si possa dare a delle persone che sono state in balia del mare, della fame e degli scafisti per così tanti giorni. Soccorso sanitario, cibo, riparo, senza dubbio. Ma ormai gli mancherà per sempre la terra sotto i piedi e la morte, nei loro occhi, chi potrà mai toglierla?

Non conosco la storia dell’ottantina di persone stipate su un vecchio autobus di linea in direzione del Centro di espulsione e identificazione di Lampedusa (al tempo Centro di permanenza temporaneo). Ma so quella dei minorenni, o presunti tali, accolti e al contempo abbandonati dalle istituzioni a Messina, città impreparata in termini di integrazione e giustizia sociale. Non ce n’è neanche per i suoi ‘nativi’ che invece di pretenderla, la giustizia, si contendono briciole di stabilità precaria.


Di 40 ragazzi, dopo alcune fughe ‘poco controllate’ dalle autorità, nel capoluogo peloritano ne sono rimasti soltanto quattro: Samir, Ibrahim, Yasser e Yassin (i nomi sono fittizi). Tutti egiziani, perché non si dica che anche nei Paesi ‘amici’ dell’occidente non si patisca la stessa fame. Io e S. (lui decisamente più di me) li abbiamo seguiti in questi mesi, e con noi gli operatori di una cooperativa locale alla quale erano stati affidati. Le loro paure e la barriera linguistica che sembrava invalicabile. Pile di documenti in questura, proposte, promesse di lavoro e continui trasferimenti. Quattro storie di precarietà per quattro ragazzi che cercavano di fuggire da una miseria più vera di come viene dipinta solitamente.

Ma anche sorrisi, la torta sette-veli mangiata in cucina per festeggiare l’Immacolata e l’Eid che cadevano lo stesso giorno, la simpatica pigrizia di Samir e Ibrahim, sempre a caccia di ragazze, che trovavamo puntualmente a letto prima della lezione di italiano, il silenzio di Yassin che nascondeva la tristezza della sua esperienza e Yasser che lavorava all’autolavaggio e quando mi incontrava mi riempiva di saluti.

Perdonate il tono retorico, ma in questo istante parlano le lacrime e il senso di impotenza, perché oggi in Italia forse ci manca la sicurezza economica, ma soprattutto la coscienza. Stiamo violentando a suon di titoli di giornale il ‘clandestino’, l’ ‘immigrato’, lo ‘straniero’. Sono diventati il capro espiatorio della nostra insicurezza. Sono saliti su quel barcone e , arrivati in Italia, non vi sono mai realmente scesi. E parlo sia di chi vive in clandestinità, sia di chi è entrato all’interno di un sistema di permessi di soggiorno a punti, premi per buona condotta e etichette. Vi pare un sistema?

E non voglio generalizzare, perché di migranti che vengono nel nostro Paese con intenzioni poco lecite ce ne sono, e sono i primi che finiscono ad ingrossare le file della manovalanza criminale. Ma è solo una parte della realtà.

La storia di questi quattro ragazzi sarà soltanto motivo di indignazione per qualcuno, di commozione per altri. Per me oggi sono loro l’esempio della relatività dei diritti (casa, lavoro, famiglia) in Italia, e il ritratto della coscienza lavata e formale della nostra società che finchè si tratta di minorenni, offre un tetto ed un minimo di sicurezze. Ma appena il calendario sentenzia che Samir è un uomo, tanti saluti e grazie. Per fortuna non è così ovunque ed esistono esempi di buona integrazione, realtà che comunque arrancano economicamente perché per queste non c’è alcun finanziamento o incentivo statale.

Yasser, Ibrahim, Yassin e Samir, affrontano il dolore di un’altra partenza. Dopo aver vissuto per due anni assieme, la ‘fame di lavoro’, come diceva S., li sta separando.
Si salutano tra le lacrime, proprio adesso che il mare, e quella nave dalla quale non sono mai scesi, li aveva resi fratelli.

postato da: Bristola alle ore 10:13 | Permalink | commenti
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