. Parla, in pratica, di una protesta che da due settimane si tiene nel villaggio di Um Salamoneh per bloccare la confisca di queste terre, da parte del governo israeliano che vuole costruirvi sopra il muro.



Già il fatto che la gente ti conosca da appena un mese e già ti invita ad una cerimonia del genere sconvolge tutti i moduli preconfezionati del tuo pensiero.
Sarà perché, come nel famoso film americano, anche qui abbiamo a che fare con gli ortodossi. Ma questa festa mi sembrava un gran Deja vu. Solo più colorato.
In piedi all’ingresso della sala, una serie di persone vestite a festa, tutte ‘parate’ (ovvero ‘in tiro’). Chiunque entrasse doveva porgere la mano a quella coloratissima fila di gente. Da qui il primo ed unico momento di imbarazzo dovuto al fatto che eravamo le uniche persone in jeans. Certo qualcuno dei vestiti delle invitate sfiorava l’opera d’arte (astratta direi..), ma niente che non abbia già visto in qualche matrimonio di paese (eppure questo non è un matrimonio. Oppure si?).
Arrivano i pastori ortodossi, con l’abito da cerimonia ,il cappello nero e la barba-standard.
Nel frattempo due camerieri stendono un tappeto rosso tra le colonne di fiori.
Parte la musica ed arrivano loro, i festeggiati. Lei indossa un vestito color pesca con una gonna che ha circa due metri di diametro, ma è bellissima. Lui è emozionato e sudato, e continuerà a grondare per tutta la serata.
“Per noi il fidanzamento è come un secondo matrimonio” ci spiega K.A., il padre della sposa, cioè della futura sposa. Anche qui la gente tiene molto all’’etichetta’ ma non come segno di ostentazione bensì come forma di rispetto. Ed è un “etichetta” un po’ rattoppata, ma ancor più bella per questo. Le tovaglie bianche di lino, ad esempio, sono ricoperte da fogli plastificati che probabilmente non vengono lavati dalla prima Intifada. Saranno poco decorosi ma sono pratici perché proteggono le tovaglie Anche se , nel caso un malcapitato rovescia il vino, questo immancabilmente scivolerà sulla plastica fino a raggiungere il proprio indumento.
I pastori cominciano la preghiera di benedizione dei fidanzati e degli anelli di fidanzamento. La società occidentale ha dimenticato la valenza di questo momento. In fondo, il “sì” fatidico del matrimonio che si ha il tempo di elaborare. Ma il “sì” del fidanzamento è qualcosa in cui si ripone più fiducia e coraggio. È una cambiale con il futuro. In tempi in cui il concetto di coppia o famiglia è così evanescente in occidente, vedere una cerimonia del genere sembra fantascienza.
Vorrei capire cosa dicono i sacerdoti, anzi cosa cantano mischiando arabo e greco. Della preghiera coglierò solo “Missiri” (che vuol dire Cristo), “Kyrie Eleison” e “Amen”.
Ed infine “Mabrouk!”, “Congratulazioni”.
Esplode l’applauso.
Guardo la gente ballare, i tavoli come piccoli convivi aprirsi alle chiacchiere altrui. In questo momento ho il desiderio fortissimo di deportare un gruppo di leghisti (o di adepti ad “autonomia siciliana” che è lo un po’ lo stesso) qui, in questa sala. Mostrargli con semplicità la loro così tanto temuta “minaccia araba”. Inutile obiettare che si tratta di arabi cristiani e non musulmani, perché questo non è pregiudicante. Anzi, spero di avere altre mille occasioni per parlare di quanto l’accoglienza dei palestinesi sia un’esperienza unica, a prescindere dal loro credo religioso.
Ballano tutti. La nonna, che prima si era lanciata in una serie di litanie di ringraziamento rivolte a tutta la parentela fino alla decima generazione (simili ai vecchi canti popolari), ora balla attorniata da cinque giovanotti. I due festeggiati, al centro della baraonda sono spalleggiati dalla famiglia (onnipresente). Se andavamo a sederci, dopo solo 10 minuti, in automatico, arrivava qualcuno a chiamarci di nuovo per danzare.
Infine: il momento più odiato dai single: “il lento”.
Bolle di sapone dal soffitto, luci soffuse ed atmosfera da film anni ’80. A sorpresa sono partiti anche i fuochi d’artificio. Un effetto bellissimo, seguito dal rischio di asfissia, dato che ci trovavamo sempre in un ambiente chiuso.
The Annexation Wall Tour
Il video che segue è solo una minima parte del tour organizzato Sabato scorso dalla Al Quds University. Si tratta di un tour politico per seguire le "nuove mura" della città, quelle che dividono la Cisgiordania da Israele.
Il comitato “Stop the Wall Campaign” lo definisce piuttosto ‘il muro dell’Apartheid’, poiché le conseguenze che ha portato per la popolazione palestinese sono molto simili a quelle subite dai nativi africani in Sud africa. La più evidente è forse la progressiva edificazione di veri e propri “villaggi - ghetto” isolati dagli agglomerati urbani come dai servizi di base, dalle scuole e dai posti di lavoro. Dalla creazione del muro, la capacità di movimento all’interno dei Territori palestinesi è notevolmente diminuita: se prima, per andare da Betlemme a Ramallah si impiegava mezz’ora, adesso ci vuole un’ora e mezza circa (senza contare l’eventuale coda al checkpoint).