mercoledì, 31 gennaio 2007
Ecco un'altra produzione di C. (La mia collega  dell'AIC) e di me medesima. Come sempre in inglese. Un giorno l'altro avrò il tempo di mettere i sottotitoli in italiano no?

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martedì, 30 gennaio 2007

(Um Salamoneh 19 Jan2007)

Questo è il primo video (giornalistico) che ho editato. E' in inglese lo so . Parla, in pratica, di una protesta che da due settimane si tiene nel villaggio di Um Salamoneh per bloccare la confisca di queste terre, da parte del governo israeliano che vuole costruirvi sopra il muro.
Buona Visione
postato da: Bristola alle ore 06:43 | Permalink | commenti
categoria:palestina, video, ingiustizie, attualitĂ 
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martedì, 30 gennaio 2007

La danza dell'equidistanza

Mi è stata concessa la pubblicazione su Ateneonline dell'Articolo che ho scritto sul muro. Mi è stata fatta anche una ramanzina per una "h" che ho messo non so dove (ben accetta,...così sto più attenta all'ortografia) e sulla mancanza di "Equidistanza". Hanno ragione. E' una delle battaglie che qui sto perdendo quella di rimanere neutrale, impassibile. Non arrivo all'insulto o all'astio, ma ci vuole tanta resistenza.

Lancio un concorso: "La danza dell'equidistanza". Scrivete una o più proposte per approcciarsi alla realtà del Medioriente, con atteggiamento "Equidistante". Le condizioni sono queste:
1)Raccontare i fatti per come sono e non omettere la verità
2) Riuscire a stabilire contatti con tutte le parti chiamate in causa
3) non essere presi "a corpi i lignu" (Sic: colpiti con il bastone) o diventare servili.

Il premio: vi pago un tour del muro.
postato da: Bristola alle ore 06:35 | Permalink | commenti
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lunedì, 29 gennaio 2007
Attentato kamikaze a Eliat: 4 i morti
L'effetto moltiplicatore della violenza

L'attacco suicida in Israele di questa mattina mi lascia tre pensieri in mente.

1) Che sono morti degli innocenti, magari inconsapevoli del conflitto. O anche se fossero state persone che chiudevano deliberatamente gli occhi per non vedere il clima di regime in cui vivono, ed i nuovi ghetti costruiti attorno al loro paese, erano pur sempre persone, familiari di qualcuno, amici di qualcun'altro.

2) La morte dell'uomo che si è fatto esplodere. Qui mica si uccidono per incontrare le sette vergini in paradiso, come i media spesso ci fanno credere. Qualcuno, spinto all'estremo magari sì. Nessuno può entrare nella testa del kamikaze. Ma farei fare a tutti quanti un bel "giro" nella vita di un Palestinese. Scoprireste le tante altre ragioni che spingono a morire (seppur non condivisibile il gesto sembrerebbe meno assurdo).

3) Le conseguenze qui saranno atroci. non voglio pensare alla prossima azione militare condotta dall'esercito per "punire" e "scovare" i complici. Domani o oggi tradurrò parte di un report
sui fatti avvenuti in Palestina e sono sicura che la 'solita' (è assurdo che si parli di solita) lista di morti, aumenterà più del solito.

Il problema è che "Sembra un azione-reazione". Eppure, forse, non è così. Se mai è stata pianificata una qualsiasi azione militare eclatante, è il momento di portarla avanti. Perchè questà sembrerà, di fronte alla scena internazionale, una semplice ritorsione.

Quiz: perchè sui media israeliani parlano di 3 morti e sull'Ansa di 4?
Risposta: perchè su Haaretz non contano l'attentatore come una vittima del suo stesso gesto. Poi, ormai, i morti in Palestina non si contano più.
postato da: Bristola alle ore 10:34 | Permalink | commenti
categoria:palestina, news, attualitĂ 
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lunedì, 29 gennaio 2007

INterCULTURA

La nostra funzione pedagogica in Palestina è quella di creare dinamiche di pace. Per questo dobbiamo anche creare una base culturale comune sulla quale lavorare assieme. Ecco un esempio possibile:




postato da: Bristola alle ore 07:55 | Permalink | commenti
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giovedì, 25 gennaio 2007


Il mio Grosso grasso Matrimonio...ehm Fidanzamento Palestinese
(Photoalbum Foto di Federica Battistelli)

i Cerimonianti


Gli Sposi...ehm i Fidanzati

La 'sacra' famiglia
postato da: Bristola alle ore 09:23 | Permalink | commenti
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mercoledì, 24 gennaio 2007
s-Comunicazione

"I responsabili dell'industria dei media formino e incoraggino gli operatori del settore a salvaguardare il bene comune, a sostenere la verità, a proteggere la dignità umana individuale e a promuovere il rispetto per le necessità della famiglia». Benedetto XVI, messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali". (Corriere della sera, 24 gennaio 2006)

Se questo discorso viene pubblicato nella stessa pagina in cui si parla di una lite fra marito e padre di una donna uccisa sulla presunta divulgazione di foto del funerale. Se questa frase e` affiancata ai pettegolezzi sugli Oscar. Se il macabro attrae, l'incestuoso incuriosisce, l'assurdo ammalia. Se in questa pagina mancano alcune notizie , come le incursioni militari in Cisgiordania, le elezioni in Bangladesh o qualsiasi altra storia fuori dai canoni della notiziabilita`. Allora siamo ancora BEN lontani dall'essere democrazia fondata sulla liberta` di stampa e di parola.
 Chi racconta piccole storie e` una voce fuori campo smorzata dallo stridere di un megafono che e` in mano a pochi.



postato da: Bristola alle ore 12:27 | Permalink | commenti
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lunedì, 22 gennaio 2007



Circo in Palestina
(prove tecniche ...) Ecco una piccolissima "clip" sulle attività serali dell'AICafè in Palestina.
Enjoy it!
(ps. Accendete le Casse!)

postato da: Bristola alle ore 19:01 | Permalink | commenti (1)
categoria:palestina, humor, attualitĂ 
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sabato, 20 gennaio 2007
Il mio grosso grasso matr...ehm fidanzamento Palestinese


 

L'idea del titolo mi è stata data da mia madre...durante una telefonata.
 
Sinceramente, quando ho realizzato che sarei partita per la West Bank, non avrei mai pensato ad una serata simile.
"Vado al fidanzamento della figlia del mio padrone di casa",  dissi  a "dott.I" via MSN lasciandolo probabilmente perplesso, ma mai quanto me.
 
Qui in Palestina si fa festa anche per il fidanzamento, come nei bei tempi che furono in Europa.
 

Già il fatto che la gente ti conosca da appena un mese e già ti invita ad una cerimonia del genere sconvolge tutti i moduli preconfezionati del tuo pensiero.

 

Sarà perché, come nel famoso film americano, anche qui abbiamo a che fare con gli ortodossi. Ma questa festa mi sembrava un gran Deja vu. Solo più colorato.

 

In piedi all’ingresso della sala, una serie di persone vestite a festa, tutte ‘parate’ (ovvero ‘in tiro’). Chiunque entrasse doveva porgere la mano a quella coloratissima fila di gente. Da qui il primo ed unico momento di imbarazzo dovuto al fatto che eravamo le uniche persone in jeans. Certo qualcuno dei vestiti delle invitate sfiorava l’opera d’arte (astratta direi..), ma niente che non abbia già visto in qualche matrimonio di paese (eppure questo non è un matrimonio. Oppure si?).

 

Arrivano i pastori ortodossi, con l’abito da cerimonia ,il cappello nero e la barba-standard.

Nel frattempo due camerieri stendono un tappeto rosso tra le colonne di fiori.

 

Parte la musica ed arrivano loro, i festeggiati. Lei indossa un vestito color pesca con una gonna che ha circa due metri di diametro, ma è bellissima. Lui è emozionato e sudato, e continuerà a grondare per tutta la serata.

 

“Per noi il fidanzamento è come un secondo matrimonio” ci spiega K.A., il padre della sposa, cioè della futura sposa. Anche qui la gente tiene molto all’’etichetta’ ma non come segno di ostentazione bensì come forma di rispetto. Ed è un “etichetta” un po’ rattoppata, ma ancor più bella per questo. Le tovaglie bianche di lino, ad esempio, sono ricoperte da fogli plastificati che  probabilmente non vengono lavati dalla prima Intifada.  Saranno poco decorosi ma sono pratici perché proteggono le tovaglie  Anche se , nel caso un malcapitato rovescia il vino, questo immancabilmente scivolerà sulla plastica fino a raggiungere il proprio indumento.

 

I pastori cominciano la preghiera di benedizione dei fidanzati e degli anelli di fidanzamento. La società occidentale ha dimenticato la valenza di questo momento. In fondo, il “sì” fatidico del matrimonio che si ha il tempo di elaborare. Ma il “sì” del fidanzamento è qualcosa in cui si ripone più fiducia e coraggio. È una cambiale con il futuro. In tempi in cui il concetto di coppia o famiglia è così evanescente in occidente, vedere una cerimonia del genere sembra fantascienza.

 

Vorrei capire cosa dicono i sacerdoti, anzi cosa cantano mischiando arabo e greco. Della preghiera coglierò solo “Missiri” (che vuol dire Cristo), “Kyrie Eleison” e “Amen”.

Ed infine “Mabrouk!”, “Congratulazioni”.

Esplode l’applauso.

 

 

Guardo la gente ballare, i tavoli come piccoli convivi aprirsi alle chiacchiere altrui. In questo momento ho il desiderio fortissimo di deportare un gruppo di leghisti (o di adepti ad “autonomia siciliana” che è lo un po’ lo stesso) qui, in questa sala. Mostrargli con semplicità la loro così tanto temuta “minaccia araba”. Inutile obiettare che si tratta di arabi cristiani e non musulmani, perché questo non è pregiudicante. Anzi, spero di avere altre mille occasioni per parlare di quanto l’accoglienza dei palestinesi sia un’esperienza unica, a prescindere dal loro credo religioso.

 

Ballano tutti. La nonna, che prima si era lanciata in una serie di litanie di ringraziamento rivolte a tutta la parentela fino alla decima generazione (simili ai vecchi canti popolari), ora balla attorniata da cinque giovanotti. I due festeggiati, al centro della baraonda sono spalleggiati dalla famiglia (onnipresente). Se  andavamo a sederci, dopo solo 10 minuti, in automatico, arrivava qualcuno a chiamarci di nuovo per danzare.

 

Arriva puntuale ed immancabile anche la pappa. Miriadi di piattini (che non voglio nemmeno immaginare se laveranno o meno a mano) pieni di ogni tipo di salsina: hummus, Mottabhal, Zatar, Turkish che, per chi legge sono solo nomi, ma chi ha vissuto qui anche solo un mese sa già distinguerle e ti sa dire quando l'hummus è fatto bene o meno. Il pane arabo, avvolto negli immancabili sacchetti di plastica verde (che, data la quantità industriale con cui li utilizzano, insieme a quelli neri, un giorno conquisteranno il Medioriente), crostini, verdure sottaceto. Una tavola coloratissima, e per ogni colore un sapore diverso. Penso alle cene di matrimonio in Sicilia, così formali: antipasto di pesce, risotto ai frutti di mare, primo a base di pesce, grigliata di pesce che se non ti piace il pesce fai la figura dell'emarginato di turno che mangia bresaola, pasta alla norma e bistecca. Tutto molto schematico insomma. Questi piattini invece creano un ritratto bellissimo della convivialità in Palestina
 
F., amorevolmente soprannominata  da noi"verme solitario" comincia ad attingere da più fonti il prezioso cibo.
 
 
 
Gli "sposi"...ops, i "fidanzati" quasi non toccavano terra...anzi non la toccavano per niente terra, però non per la felicità, proprio letteralmente. Gli ospiti li avevano sollevati su una pedana rotonda, come scudo dove sedeva il capo-villaggio di Asterix, e li facevano saltare (stile santi durante le processioni). Per poco la sposa non precipitava giù. Le performance aeree si sono ripetute per tutta la serata. Sono stati portati in spalla rispettivamente lo sposo...ri-ops il promesso sposo, il fratello della promessa sposa, il padre del promesso eccetera, e diversi amici.
 

Infine: il momento più odiato dai single: “il lento”.

Bolle di sapone dal soffitto, luci soffuse ed atmosfera da film anni ’80. A sorpresa sono partiti anche i fuochi d’artificio. Un effetto bellissimo, seguito dal rischio di asfissia, dato che ci trovavamo sempre in un ambiente chiuso.

 

La guerra stasera non ha il biglietto d'invito. Non le incursioni militari, nè le code ai checkpoint, non la bambina di dieci anni che proprio in questo giorno è stata colpita a morte da un gas lacrimogeno all'uscita discuola. La guerra è come quei tagli sottili nell'anima, di cui hai la consapevolezza ma che brucia solo a contatto con qualcosa, in questo caso con la realtà. La guerra è in quello che non c'è: nell'invitato assente perchè non ha potuto varcare ancora una volta la frontiera.
postato da: Bristola alle ore 09:54 | Permalink | commenti
categoria:palestina, humor, attualitĂ , societĂ 
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mercoledì, 17 gennaio 2007

The Annexation Wall Tour

Il video che segue è solo una minima parte del tour organizzato Sabato scorso dalla Al Quds University. Si tratta di un tour politico per seguire le "nuove mura" della città, quelle che dividono la Cisgiordania da Israele.

Il comitato “Stop the Wall Campaign” lo definisce piuttosto ‘il muro dell’Apartheid’, poiché le conseguenze che ha portato per la popolazione palestinese sono molto simili a quelle subite dai nativi africani in Sud africa. La più evidente è forse la progressiva edificazione di veri e propri “villaggi - ghetto” isolati dagli agglomerati urbani come dai servizi di base, dalle scuole e dai posti di lavoro. Dalla creazione del muro, la capacità di movimento all’interno dei Territori palestinesi è notevolmente diminuita: se prima, per andare da Betlemme a Ramallah si impiegava mezz’ora, adesso ci vuole un’ora e mezza circa (senza contare l’eventuale coda al checkpoint).

Per gli "anglofobi" sto lavorando alla traduzione del testo.
postato da: Bristola alle ore 18:13 | Permalink | commenti
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