domenica, 15 novembre 2009
Venga il tuo regno...

Un mese fa, esattamente. Coi pensieri impastati da una notte precedente, trascorsa nella più classica delle dimensioni: "party del sabato sera". Avevo salutato l'alba sgusciando fuori dal taxi, camminando nel silenzio innaturare del quartiere di Ashrafieh, in una città che non metti a nanna facilmente. Beirut.

La riflessione su un blog di un'amica, sullo spazio degli invisibili, dei profughi, delle cosiddette "displaced persons" che vivono nei campi delle Nazioni Unite da generazioni, mi ha fatto venire in mente la visita a El Buss, uno dei campi palestinesi in Libano.

Avrei voluto vivere di piu' questa dimensione e meno quella 'mondana' della capitale dei "Cedri". Non è l'Africa. Non vedi gente malnutrita o la morte ai bordi delle strade. Un occhio poco attento potrebbe pensare di trovarsi in un "campo nomadi" in Italia. I colori sono esattamente quelli: pavimenti senza mattonelle, piedi nudi, acqua da tutte le parti, bambini che sgusciano da un lato all'altro, percorsi alternativi  e motorini.

La luce va. La luce viene. Dalle 5 alle 10 volte al giorno. Esistono due fonti energetiche e dunque due bollette: quella tradizionale, inutile, che se ne va via di frequente, e quella dei generatori a gasolio condivisi.

Ci invitano in un negozio di abbigliamento saudita: vestiti neri di classe, ricamati, che ti coprono dalla testa ai piedi e non lasciano intuire nulla, nemmeno la biancheria provocante esposta esattamente di rimpetto a quegli ''scafandri postmoderni della pudicita". Quella 'lingerie' ammicca a tutt'altro. Fra le quattro mura, le regole sono identiche, da che mondo e mondo.

Cinque caffè, sette bicchieri di pepsi, tre banane, due hamburger, uva, due dolcetti, una fetta di torta, due succhi di frutta....voglio morire, basta. Ma l'ospitalità è sacra e non riesci a dire di no. Di casa in casa il rito del caffè e del saluto. si parla di scuola, di politica, di quando l'Italia ha vinto la coppa del mondo nell'82 regalando il trofeo all'Olp di Arafat per 2 mesi ("alla faccia di Maradona che voleva darla a Israele", mi spiega uno dei 'capoccia' di al Fatah del campo). Così in un arabo stentato, quasi bambino, mi racconto, si raccontano. Ogni tanto qualcuno tira fuori un tricolore. Nei campi profughi del Libano, molti tifano Italia. Peccato l'Italia non tifi mai per loro.

Desiderio di terra promessa.
"Tu sei stata a al-Quds (Gerusalemme)?"...
"ehm si"...
"e come è ?"
"eluah echtir...è bellissima"
"io sono di al-Quds ma non ci sono mai stata...."
"inshallah biddi ruhu fil 'Quds... un giorno ci andrai in Shallah"
"in Shallah"
In quella signora cinquantenne, dietro rughe che non le appartenevano, si celava il desiderio di una terra, diventato piu' grande di qualsiasi altra chimera. La Terra Promessa è quella che muove le anime e le paralizza allo stesso tempo, E' luce negli occhi di chi decide il cammino, è tenebra nello sguardo di chi la sogna e la brama. La terra promessa e un pezzo di carta che ti impedisce di vederla. Lo chiamano documento di identità, anche se a volte questa stessa identità te la cuce addosso, come un tatuaggio coi numeri, come una stella a sei punte.

Io, in tutto questo ci vedo una paradossale traccia del "Regno", quello con la "R" maiuscola. Nella nostra mancanza di umanità, nel voltare le spalle a questa situazione, percepisco la distanza, il ''nostos'' da questo reame senza scettro dove corona sono le stelle.
Il Regno è in noi e tutto intorno a noi. E qualcuno ne conserva ancora, in un cassetto, la chiave.
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lunedì, 09 novembre 2009
Il vero muro è quello di cui non parliamo



Betlemme (Cisgiordania), Aida refugee Camp, Il muro. Foto di A.Ayala Iacucci


Devo ringraziare il mio amico, d.m., professore di inglese e spagnolo in una scuola di Messina.
Il suo invito, sabato scorso: "verresti a parlare ai ragazzi del muro che c'è in Israele?". Oggi nella sua scuola, in occasione del ventesimo anniversario dalla caduta del muro di Berlino i ragazzi hanno partecipato a un seminario sui "muri nel mondo". Quelli di cemento come quelli ideologici.
Io, ho accettato volentieri e totalmente impreparata come sempre. Ho preparato una scaletta, qualche foto, un video fatto tempo da e una presentazione in powerpoint (che non ha funzionato).
Prima abbiamo visto un video sulla storia del muro di Berlino. Un documentario di 10 minuti realizzato  dal "club delle Libertà", abbastanza di parte.  Si vedevano solo gli aspetti piu' cupi della vicenda e il comunismo era ritratto come regime monolitico e liberticida dal quale tutti erano contenti di liberarsi.
Inserisco il link così magari giudicate voi stessi.

Poi mi han chiesto di intervenire e vi risparmio il solito 'cabaret' che faccio quando parlo lasciando parlare questi ragazzi che hanno molte cose più di me da insegnare.

Io: Perchè c'è la guerra in Israele?
ragazzo: perchè è una guerra di religione nella quale si combattono cristiani e musulmani.

A quel punto ho capito quanto come giornalisti abbiamo fallito in parte nel nostro compito di informare e ho chiesto scusa a questi ragazzi. Perchè se non lo sanno o peggio pensano che ci sia una guerra di religione in Medio Oriente, mi sento responsabile. E in molti dovrebbero sentirsi tali.

Ho visto piccole persone interessatissime sull'argomento. Queste alcune domande o osservazioni.

"Ma quanti gruppi terroristici ci sono oltre ad Hamas?".
domanda difficilissima...e ho cercato di spiegare che Hamas non è un gruppo terroristico ma un partito in seno al quale è nato un gruppo armato

"Ma se non possono passare le ambulanze i bambini muoiono?"
Sì..muoiono i bambini, gli anziani..Da quelle parti non è che si muore per le bombe ma soprattutto così. In fila a un checkpoint.

"Come li trattano i giornalisti da quelle parti?"
ehhhh...alcuni bene, altri a pietrate direi :)

Io: Molti ragazzi hanno difficolta' a raggiungere le scuole
ragazzi in coro: beati loro!
ragazzo 2: che c'entra?? è l'unico modo che hanno per diventare liberi...

"Ma tutti sono contro il muro o no?"
No...purtroppo a molti fa comodo

"Qual'è il ruolo degli stati uniti in questa storia?"

" Ma se hanno costruito il muro per fermare i terroristi e gli attentati sono diminuiti. Perchè i palestinesi continuano a lanciare razzi e gli israeliani a usare armi chimiche?

io: Perchè da questa situazione nasce tanta rabbia e nessuno riesce piu' a fermarsi. Piu' ci sono queste restrizioni della libertà, piu' la rabbia cresce. C'e' chi esprime così la propria frustrazione ma anche chi manifesta pacificamente ogni giorno. Come per l'alluvione a Messina. Davanti all'ingiustizia la prima reazione è la rabbia
ragazzo: "Ma la rabbia non serve a niente se non fanno altro"
ragazzo2: "Queste manifestazioni sono inutili"
io: non sono inutili nella misura in cui la gente non smette di parlarne e indignarsi.



Il vero muro non è fatto di cemento, filo spinato, reticolato elettrico. E' dentro. Il muro è mancanza di possibilita', di futuro, di vedere oltre. Per questo la gente disegna, scrive, dipinge sui muri . Ha bisogno di dargli un volto, un identita'. Di trasformare queste pareti giganti e innaturali in specchi. Fare memoria. Riconoscere i propri errori. Come hanno fatto i tedeschi nell'89.
forse allora anche questo muro andra' in frantumi .
mi sento di dire oggi , grazie di cuore a questi ragazzi.


Betlemme, Aida Camp. Particolare del muro.
"I muri sono temporanei, chiedete a Berlino".
Foto di A. Ayala Iacucci
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categoria:palestina, ingiustizie
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mercoledì, 21 ottobre 2009
"PARLA CON ME"...una buona volta
Autoanalisi di un fenomeno nel fenomeno




Apro, come ormai di consueto, la pagina di Facebook:

“Jenny ha parlato con Gesù che le ha detto: (citazione dal Vangelo). Parla anche tu con Gesù”.

Magari! Cioè, ogni tanto lo faccio e anche ad alta voce, tanto che la mia coinquilina canadese  a Betlemme mi prende ancora in giro. Ma non è questo il punto.

La moda del “Parla con”, il generatore ‘random’ di frasi che spopola su FB, sta raggiungendo livelli assurdi.

Ce n’è per tutti i gusti: dai personaggi dei telefilm come la caustica Karen di Will & Grace alle quattro amiche di Sex and the city, dagli scrittori di tutti i tempi come Shakespeare o quelli contemporanei come Fabio Volo, ai cantanti (De Andrè o Ligabue) fino ai comici di Zelig e Colorado Cafe.
Un nostalgico scout ha creato il “Parla con Baden Powell”, il generale britannico fondatore dell’associazione giovanile. Un fervente cristiano può rivolgersi a San

Nel mondo ‘glocal’ (globale e locale) del social network più popolato del pianeta c’è anche spazio per qualche perla di saggezza dei personaggi a carattere regionale. Ed ecco che i facebooker siciliani possono chiedere consiglio alla “Scarparedda”, una vecchietta paranoica che avrà sempre da ridire su giovani, tempo e governo o a “Zi’ Tanu”, un anziano esponente della saggezza popolare isolana il cui linguaggio colorito e per nulla “politicamente corretto”.
Proverbi, canzoni e citazioni di libri ma anche satira politica. Chi resiste alla tentazione di ascoltare la sua personale ‘idozia’ dal presidente del consiglio?

Siamo amanti della cultura in pillole, degli aforismi che colpiscono e rimangono impressi. Forse non siamo più tanto abituati a quella dialettica continua che c’è tra il lettore e il libro o tra il musicista e la melodia. In un epoca dove è sconfinato lo spazio di espressione preferiamo dire le cose in 144 battute, come su Twitter e credo che la sintesi sia un pregio, sempre se siamo in grado di mantenere un contesto che la sostenga. Ed è questo il principale problema del nuovo socialnetwork. Tutto è decontestualizzato o meglio “multicontesto”. Il vero inventore di Facebook è Pirandello con le sue  una, nessuna e centomila identità. Chissà se esiste un “Parla con Pirandello”.

Facebook permette di “comunicare” (anche se questo in realtà presupporrebbe la compresenza di mittente e destinatario) con personaggi morti del calibro di Jimi Hendrix e a volte, con un effetto un po’ paradossale, di parlare con se stessi. Un comportamento che nella società reale verrebbe etichettato come insano sulla piattaforma virtuale è perfettamente normale, anzi, anche simpatico.
Perché la rete, in questo almeno, è democratica e il “Parla con” non è destinato solo ai vip. Molti utenti hanno sviluppato il proprio alter ego o quello di un amico. Il problema si crea quando l’amico non sa che le frasi pronunciate sotto l’effetto dell’alcool sono pubblicate sulle bacheche di quasi tutta la sua rete di conoscenze, compresa quella di sua madre.  A proposito, per gli edonisti c’è anche il simpatico “Parla con l’alcool”.

Esistono anche altri generatori di frasi che hanno fatto successo prima dei vari “Parla con…”. Non contiamo, infatti, le frasi da baci perugina, il pozzo dei desideri, e i biscotti di ogni forma e fattezza, dal classico frollino giallo della fortuna a quello occhiuto (un biscotto con gli occhi poi) del malumore. I più cliccati del resto, sono sempre questi oracoli postmoderni: un tempo leggevamo il futuro osservando il volo degli uccelli come gli aruspici. Oggi parliamo, a volte discutendo animatamente, con un biscotto.
C’è da chiedersi se sia tutta farina del nostro sacco, di noi utenti burloni, o gli sviluppatori di queste applicazioni ne traggono sempre maggior vantaggio, vendendo spazi pubblicitari e sfruttando questo nostro insaziabile bisogno di parlare ed essere ascoltati.
Perché per “ascoltare” non esiste ancora alcuna applicazione.
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lunedì, 19 ottobre 2009
Identità: "Stageur"

Questo era il mio titolo su un'email spedita al mio capo qualche giorno fa. "STAGEUR". E' un termine elegante e professionale. Come quando dici "toilette" invece di "bagno", insomma. Stageur, stagista, tirocinante. Già arrivare a questo punto è un discreto traguardo perchè di questi tempi c'è competizione anche per un semplice tirocinio sottopagato o 'nulla-pagato'.

Cerco sui siti web qualche annuncio di lavoro per passare da "stageur" a "precaria". Sarebbe già un passo avanti. Uno stipendio minimo, la certezza di sapere che per tot mesi si lavora in un posto. Ma nulla. Tutte le posizioni di "Communication officer" o addetto alla comunicazione sono destinate agli stagisti.
Non potete mettere accanto all'annuncio di lavoro di Project manager da 2mila euro l'anno, la richiesta per stagisti per uffici stampa (perchè essere stagisti per le testate è una fortuna ben piu' rara legata alla frequenza delle scuole di giornalismo). Prendere in prova e, semmai, assumere no vero?

Ho il sospetto, ma solo il sospetto, che le aziende ci marcino sopra non poco. Un sistema economico che da profana definirei "lavoro riciclabile a costo zero". Nella pratica assumono (se così si puo' dire) stagisti per 3-6 mesi per poi salutarli complimentandosi per il loro lavoro e scusandosi se "per ora il mercato in crisi e non ci sono assunzioni in vista". Poi sostituiscono la 'pedina' lavorativa con un nuovo ambizioso cadetto. E fintanto che la domanda di lavoro cresce e l'offerta è bloccata, resterà questo bacino di lavoratori disponibili a prestare servizio gratuitamente.
Solo che questo sistema economico crollerà presto sulle spalle di chi lo sta mantenendo per convenienza per due ragioni.
Anzitutto gli stageur gravano sul bilancio familiare  (per cui sulla stessa generazione di 'poltrone assegnate' che non assume). In secondo luogo, "uomo che non guadagna non spende, non consuma e non acquista". Ergo, le imprese di qualsiasi specie si stanno buttando la zappa sui piedi.

"Ma di che ti lamenti che ti stai facendo un curriculum di tutto rispetto lavorando all'estero?"
Giusta osservazione. Ripeto, non mi lamento assolutamente. Tuttavia conosco gente che ha curriculum decennali, conoscenza perfetta dell'arabo, esperienza sul campo e nonostante cio' non trova lavoro. Tra l'altro questa esperienza la possono fare in molti. Basta avere un tantino di intraprendenza, un po' di soldi da parte ed essere disposto a qualche sacrificio.
Tipo passare il giorno del proprio onomastico seduti da soli in un internet cafe a scrivere uno stupido post autoreferenziale come questo. Ma altre volte potra' capitare invece di trascorrere il compleanno in compagnia di una decina di ballerini di dabka (danza palestinese). Dipende dalle occasioni e dalla fortuna. Ogni volta che lascio un posto per un altro c'è sempre qualcuno in piu' che mi manca e qualcuno di nuovo da incontrare. E mi chiedo se questo pellegrinare da una parte all'altra abbia senso sia per la ricerca del lavoro che per ragioni interiori.
"Cosa fai qui?"...mi chiedono taxisti, avventori o proprietari dei bar, negozianti, vicini di camera all'ostello.
"Stage di giornalismo...studente....internship". Non so perchè non riesco a dire: "Giornalista" e basta.

"Anche a me sarebbe piaciuto FARE il/la giornalista", mi dicono molti con sguardo confidenziale e di rispetto.
Io invece volevo diventare regista (per un periodo anche il tecnico del computer). Il mio primo lavoro l'ho realizzato a 8 anni con una vecchia 8 mm. Un horror di 15 minuti intitolato "Quella casa accanto al cimitero" nel quale il mio vicino di casa, a causa di una scatoletta di legno maledetta, diventava uno zombie (riempito di farina ...che effetti speciali!). Special Guest Star, Rossino, il gatto di casa.
C'è a chi piacerebbe FARE il/la cronista, e io ,che lo SONO (o almeno spero), non so come FARE.

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domenica, 11 ottobre 2009
Uhd & Freestyle



Frankie spiega a Yasser (nome fittizio) il significato del titolo del suo primo successo di Fight Da “Faida”
“Faida is when two families clashe between them and when you kill someone, someone else kill somebody from your family and so on”.
(Da qui in poi traduciamo)
“Ho capito cosa intendi – ammicca Yasser  -. Ce l’abbiamo anche noi. Si chiama “Tar”, una vendetta tra famiglie”.

Qualche mese fa, racconta il giovane palestinese che è nato e vive nel campo profughi di Burj al Barajneh alle porte di Beirut – per le strade del campo si aggirava uno spacciatore libanese. Vendeva roba per pochi soldi e non si faceva troppi scrupoli a dare dosi ai ragazzini.
Qualcuno dei nostri lo aveva diffidato dal farsi vedere ancora da quelle parti. Ma lui è tornato più vole, finché alcuni dei nostri hanno deciso di gambizzarlo.

 Durante uno scontro a fuoco (lo spacciatore aveva un paio di granate con sé, secondo Yasser) l’uomo è stato ucciso. Poco dopo la sua famiglia ha minacciato serie rappresaglie nei confronti dei palestinesi.
Allora Yasser , assieme ad alcuni membri della sua famiglia, è andato a parlare con la famiglia libanese per scongiurare la faida.
“Gli abbiamo detto che eravamo pronti a fare ammenda anche se chi l’aveva fatto aveva i suoi motivi per uccidere quell’uomo. Altrimenti sarebbe durata in eterno e sarebbero morte troppe persone”.

Come può un ragazzo di appena 20anni con un accenno di barba, la pelle dorata e sudata che lascia vedere ogni osso del suo volto, insegnarti molto di più di quanto potresti trovare su un manuale di ‘conflict resolution’?

Yasser allena la memoria collettiva del suo popolo con la musica hip hop. Campiona i rumori e gli echi dei campi: motori, acqua che gocciola, urla dei ragazzini. Unisce la melodia dei canti popolari di resistenza e di nostalgia per una terra che non ha mai conosciuto con le rime dure e nude del rap.
“Unendo la voce dell’uhd (strumento a corda mediorientale) al freestyle la gente del campo ha accettato la nostra musica”.

Continua a parlare di “Tar”, il giovane rapper. Otto mesi fa stava per scoppiare una faida tra i sostenitori di Fatah al Islam (milizia filo al Qaida) e i filosiriani, quando tutte le donne sono scese per strada e si sono messe in mezzo. Tra l’altro la stampa libanese ingigantendo la notizia parlava di una guerra fratricida fra le mura di Burj al Barajneh. Madre e le altre donne del campo hanno cacciato via i giornalisti e i fotografi a calci.
“Siamo cinque grandi amici – spiega Yasser – uno di Fatah, uno di Hamas, uno della Jihad, uno dei filosiriani. Ma l’affiliazione politica non conta. Vadano a farsi fottere. Siamo amici e fratelli, cresciuti assieme e condividiamo questa vita”. Il mio amico ventenne va in giro per le scuole dei campi profughi, insegna beatmaking, la musica campionata al computer.  Ha appena concluso un workshop a Tripoli assieme al rapper torinese. Ora sul terrazzo assolato del Mayflower hotel di Hamra, scherza con Frankie sulla parola “intifada”.

“inti” vuol dire tu….
“Inti Father”, ride Frankie che ha quasi il doppio dei suoi anni.
“Anti-Father”, ribatte Yasser.
Uno di questi giorni scriveranno assieme una canzone.
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venerdì, 09 ottobre 2009
pensieri minuscoli

“Ho sassi nelle scarpe e polvere nel cuore…”
(ovunque proteggi – Vinicio Capossela)

Non si può perder tempo ad aspettare che una pagina carichi. Specialmente quando la connessione in questo ostello va a 2kbite al minuto. Ho appena affrontato il mostro sacro del bucato e ancora sta caricando la pagina di splinder e perciò affido al foglio bianco di word questi pensieri.

“Magari chi lo sa. Resti qui e ti sposi con qualche libanese”.
Sembra una bambina quando lo dice e invece è la direttrice dell’ala femminile del foyer dove dimoro e avrà i suoi buoni cinquant’anni. Penso alla faccia di mio padre : “Papa’ resto in Libano e mi sposo…ah, non ti ho detto, lui è musulmano integralista”. Gli prenderebbe l’infarto che ha evitato qualche anno fa. Ipotesi lontana comunque.
“Quello che Dio vuole Helen”. Rispondo sorridendo.
“Inshallah”. In questo Paese, quando si nominano i piani alti, qualsiasi conversazione si ferma. Come una parola magica. Di fronte a qualcosa di più alto e più grande, fermi tutti.
Purtroppo qualcuno ha imparato il potere del marchio “dio” e lo utilizza in politica ed economia.

È questa l’empasse senza uscita. Quanto è difficile distinguere le cose “figlie di un dio minuscolo” da quelle con l’impronta dell’autore originale.

Giornata ‘scorrevole’ in redazione, di quelle in cui non accade nulla di nulla (in medio oriente almeno). Tu leggi ogni notizia che ti capita sott’occhio e ti fermi alla storia dei muli dipinti a strisce per sembrare zebre nello zoo di Gaza. Questo perché l’embargo non permette l’ingresso di animali per rimpiazzare quelli morti durante i bombardamenti di dicembre scorso.
Due domande:
- A cosa serve bombardare uno zoo? E’ un obiettivo militare perché qualcuno potrebbe nascondere del tritolo dentro una giraffa o uno scimpanzè?
- E’ possibile che un mulo dipinto a strisce faccia più notizia del fatto che da quel confine non passano medicinali, carburante e generi alimentari di prima necessità?

Lascio la redazione in anticipo per fare due passi ed ecco che Roma e Beirut si mischiano e diventano un non luogo dove passeggiare sulle note familiari di una playlist che è sempre la stessa. E ogni treno è lo stesso. Ogni piazza, strada, traffico, clacson, bestemmia. Che lingua devo parlare?
Una parentesi di sole nonostante la fatica e la tensione per l’esame.

Ma possibile che in questi giorni il resto delle cose che faccio non siano che un’appendice dell’esperienza in redazione?
Cerco una chiesa per saziare la vecchia e rassicurante abitudine di una messa quotidiana. Ma non esistono celebrazioni eucaristiche coi sottotitoli. Col karaoke sì, ma niente traduttore simultaneo. E mi chiedo se questa esigenza non sia figlia del famoso dio minuscolo che in questo caso chiamerei vuoto o sia una scelta sincera . Poi mi girano in testa delle parole amiche: “Se sei a Beirut ci sarà un motivo”.
Un’altra me avrebbe già fatto le valige. Io ritengo questa esperienza estremamente positiva nonostante mi senta decisamente fuori posto.
La messa non l’ho trovata.
La casa è dentro di sé, peccato, ci sia anche qualcosa di insanabilmente interrotto come la Salerno-Reggio Calabria.
Fuori, come dentro, facendo lo slalom tra la spazzatura sul marciapiede e le macchine a bordo strada. Fra palazzi bellissimi ma vuoti dentro e ruderi bombardati dove nell’ombra umida crescono fiori. Questa è Beirut e mi somiglia.

“…il tempo per partire
il tempo di restare
…il tempo di lasciare…”

postato da: Bristola alle ore 22:05 | Permalink | commenti
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giovedì, 08 ottobre 2009
Cronaca relativa

I miei genitori si sono preoccupati per colpa di una notizia riportata ieri dai telegiornali:

Questo è il take (lancio) dell'agenzia di stampa:

(ANSA) - BEIRUT, 7 OTT - Un uomo e' stato ucciso e cinque altri sono stati feriti la notte scorsa in una rissa tra giovani cristiani e sciiti a Beirut. L'incidente e' iniziato dopo un'aggressione a un ragazzo del quartiere sciita Shiyah nel vicino quartiere cristiano Ain el Remmeneh.In risposta, decine di giovani sciiti raggiungono il luogo dell'aggressione, dove negli scontri con l'esercito un ragazzo e' stato ucciso e altri 5 sono stati feriti. Arrestate 4 persone coinvolte nel pestaggio.

Ora, permettetemi di fare qualche piccola modifica (tra l'altro questo take deve essere stato rimpastato da qualche redattore distratto. L'originale ha molto piu' senso)

(ANSA) - PALERMO 7 OTT - Un uomo e' stato ucciso e cinque altri sono stati feriti la notte scorsa in una rissa tra giovani a Palermo. L'incidente e' iniziato dopo un'aggressione a un ragazzo del quartiere dello Zen nel centro storico.In risposta, decine di giovani hanno raggiunto il luogo dell'aggressione, dove negli scontri con la polizia un ragazzo e' stato ucciso e altri 5 sono stati feriti. Arrestate 4 persone coinvolte nel pestaggio.

Sono meccanismi lontani ma poi neanche tanto da noi. Togli i gruppi religiosi e metti i nomi delle famiglie o dei clan. Bisognerebbe 'demonizzare' di meno questi posti sulle pagine dei quotidiani per ristabilire il giusto equilibrio tra verità oggettiva e rappresentazione giornalistica. Molta meno gente penserebbe che al di là dell'Egitto c'è una terra piena di insidie e terroristi e  comincerebbe a vedere le cose per come sono. O forse a volerle comprendere meglio, senza filtri.
Capite che intendo?
postato da: Bristola alle ore 14:32 | Permalink | commenti
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sabato, 03 ottobre 2009
la casa sospesa tra fango e cielo

(Disclaimer: questa riflessione è stata scritta alle 7.07 del mattino dopo appena 3 ore scarse di sonno. Mi scuso per ogni eventuale obbrobbrio logico-grammaticale).

Ieri notte vado a dormire pensando soprattutto: "Come mai Berlusconi non parla?".
Dice che la manifestazione di domani è una farsa, una montatura ma ancora non ha speso
 una parola su quanto è accaduto a Messina in sole quattro ore di pioggia. Una collina frana.
18 morti e 35 dispersi. Perchè Berlusconi non parla?

Mi sveglio e trovo sull'ANSA la sua risposta:
Nel Messinese ''E' una situazione molto grave, anche se limitata a due
valli''. ''Io volevo andare oggi (ieri, ndr.)- ha detto - ma
davo piu' fastidio che altro. Probabilmente vado giu' domani
(oggi, ndr.) a vedere e a parlare con la gente''.

Ho in mente come l'immagine di un set. Un flashback di un politico col caschetto di protezione giallo
che abbraccia un anziana signora senza denti.
"Silvio aiutami''.
Mentre lavavo i piatti del pranzo F. fa questa osservazione:
"Ora la gente se la prenderà con Dio, chiedendosi perchè accadono queste cose.
Quando è palesemente colpa dell'uomo che violenta la natura.
(...non rispondo per un po')
"Ma sai, a volte invece la gente cerca conforto nella presenza di un Dio che
 non li abbandoni in questa situazione così paradossale!"
E sempre quel flashback:
"Non ci è rimasto piu' nulla. La casa si è accartocciata su se stessa"
"Sembra uno scenario da terremoto", commenta Alfio Sciacca del Corriere.

La pioggia non smette, non lava via tutto questo assurdo. La gente impara di
nuovo a camminare sul fango, nel nulla di strade che non esistono piu'.
"Ma non c'era Zio Billy, la focacceria da quelle parti?"

 ''I danni sono
ingenti, ma piu' dei danni ci sono quasi cinquanta morti, una
cifra importante'', prosegue il premier.
 
Cosa è una cifra importante? Un numero collettivo che non rende un volto a mamme, padri,
 nonni e fratelli. Se era uno non era importante. Se erano mille non connazionali non era importante.
Più che i militari dell'esercito italiano in guerra, ma ho la strana sensazione e spero di sbagliarmi
con tutta me stessa che questi morti son visti con un certo distacco:
Come se se la fossero cercata, costruendo case sul fango e su torrenti.
Anch'io abito fra due torrenti coperti di cemento e non è stata una scelta
.

Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso punta il dito
contro ''l'incuria e l'abusivismo''.

Sanatorie, occhi chiusi e permessi facili. Smettiamo di dare la colpa all'acqua o a Dio e diamola agli uomini.
Ma mai ai soccorsi.
...in fondo vorrei essere là per dare una mano.
 Nessun sentimento patriottico ex-post tragedia che mi lega a quelle colline.
Ogni volta vado via da Messina con la promessa di tornarci il meno possibile.
Come potrei essere ipocrita con una città che amo spesso soltanto da lontano?

E' piuttosto un sentimento strano e ambiguo, cinico da giornalista che vorrebbe raccontare
 e umano da ex scout che in queste circostanze va e fa il possibile con umiltà.
 Lontani da quel lutto usa e getta tanto di moda su Fb. Fiocchi neri. Bandiere. Stendardi. Pixel colorati.
La terra che frana sotto i piedi. L'umanità che resta schiacciata fra terra e mare.
C'e' pero' una forte discrepanza tra quanto raccontano i giornali con toni solenni
e le voci al telefono di amici e parenti.
Loro vedono la situazione attraverso uno schermo esattamente come me. Paradossi.
Passo mezz'ora a tranquillizzare un amico che non riesce a contattare dei parenti.
 Ci sarà il telefono isolato, stai sereno. E così è stato.
Due giorni di cordoglio, due giorni di polemiche, due giorni di promesse.
Rumore.

"le domando se crede possibile che le
case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lì a
poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene lì tranquille,
sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al
piano regolatore della commissione edilizia municipale? Case, perdio, di
pietra e travi, se ne sarebbero scappate!" (L. Pirandello)

silenzio...
(la protezione Civile messinese, la prefettura e il Comune si son mossi bene durante l'emergenza...bisogna ammetterlo)
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martedì, 22 settembre 2009
Verso Sud...

“E intanto piove che non smette mai…”
(L. Dalla)

Piove. Ma non è quella pioggerella placida che da il benvenuto all’inverno. E’ un temporale in piena regola. Tre paroline appena imparate:
shattar = pioggia
raed = tuono
biid = fulmine.
Rinuncio a guadare quello che prima era il colle Hekme e ora è un fiume. Ho chiamato un taxi. Sarà puntuale? Realisticamente non credo. Pero’ le vale tutte le settemila lire (3.50 euro) oggi.
Due giorni fa il sole e gli abiti estivi non lasciavano immaginare questo panorama. Due giorni fa, per la prima volta sono uscita dal guscio di Beirut per visitare il Sud, terra di confine, in tutti i sensi.
Posso parlarne solo per immagini.

Sidone, città del Sud, eterna, mutevole. Sonnecchia nell’ultima mattina di digiuno per il Ramadan. Sidone con un lungo mare che inganna anche l’occhio più attento. Dentro è militarizzata come poche città. C’è un campo profughi palestinese nascosto tra le vie del centro. Se ci finisci per sbaglio qualcuno ti indicherà la strada giusta con la canna del fucile. Sidone, dove ci fermiamo a fare le fototessere per il permesso di circolazione a Sud. Mezz’ora per 8 fototessere perché il fotografo vuole mostrarsi artista e mi ritocca i capelli e il viso con photoshop. In regalo anche una foto 10X15 che ribattezziamo “formato lapide” perché l’effetto è proprio quello. Dovuti scongiuri e andiamo a chiedere il permesso.
 In ogni cultura i militari devono mostrarsi forti, risoluti e burocrati fino alla morte. Li assecondiamo. Dalla scomoda attesa di fronte al cancello del comando ci invitano a sedere in una stanzetta con l’aria condizionata, due o tre domande ed è fatta: permesso per tre mesi che poi non è altro che un foglietto di carta con un numero. Al checkpoint la guardia verifichera’ il numero chiamando il comando centrale. I criteri di attribuzione del periodo di permesso sono pressoché random, diciamo che un sorriso a 36 denti aiuta .

Nabatie - Foto dall'auto


Tanto tempo trascorso in auto. Da un villaggio all’altro, facendo breccia dentro un indaffarato suk, con le automobili che seguono regole tutte loro.

Fortezza di Beaufort. Un castello dell’epoca delle crociate che nonostante tutto ancora regge. In cima alla torretta qualcuno ha appeso la bandiera di Hezbollah, quasi a dire “e’ roba nostra”.  I villaggi di questa zona sono pieni di simboli appartenenti alla mitologia del partito di Dio: bandiere, ritratti, gigantografie. Gli israeliani nell’invasione dell’82 hanno costruito una sorta di avamposto poco distante. Da lì si vede la Cisgiordania e un angolino di Siria dietro le montagne. Con occhio attento si puo’ identificare una colonia israeliana. Ha i tratti somatici inconfondibili: case bianche con tetti rossi. Da lassù capisci che in fondo, dicano cio’ che vogliono ma la terra è una.

Manifesto di Hezbollah


I confini sono linee impazzite, ferite. Non è questione di ‘terra mia’ o ‘terra tua’. Ogni uomo dovrebbe avere il suo spazio per mettere radici. Eppure.
Questa zona del Sud del Libano è presidiata dall’Unifil, carri armati bianchi e gip a cercare di garantire un minimo di stabilità. Comincio a capire che la loro missione, tanto criticata a volte, è tutt’altro che facile. La definirei la classica situazione ingestibile.
 Ciò che mi faceva più tenerezza erano i soldatini indonesiani dell’ Unifil, lontani migliaia di chilometri da casa. Ogni minimo cambiamento di quella situazione come la nostra presenza, in un quadro così assurdo, li incuriosiva. Uno di loro, con una macchinetta digitale rosa, ha chiesto di farsi la foto con noi. “Mamma guarda, oggi ho incontrato delle ragazze italiane”, avrà scritto nella consueta email a casa.
“Mamma guarda questo omino con la bandiera dell’Onu ci ha dovuto scortare se no gli israeliani ci sparavano”. Questo magari non lo scrivo. Ma è così.



Soldato dell'Unifil che ci precede nel tragitto verso il confine
Dopo un po’ di moine all’autorità militare libanese che non voleva farci passare, riusciamo a salire sul Jabal Sheik Abbed, per toccare con mano questo famoso confine. Ero talmente nervosa all’idea di essere scortata da due caschi blu delle Nazioni Unite, che nell’estrarre la fotocamera dalla borsa ho inavvertitamente ‘grattugiato’ la mano sinistra contro il filo spinato.


Succhiavo le due piccole ferite nella speranza che nessuno si accorgesse che stavo sanguinando. Chissà perché mi vergogno sempre quando cado o mi ferisco. Eccoci al confine.
Lì capisci fino a che  possono arrivare due popoli in conflitto.
Una tomba divisa a metà, come una mela. Per i libanesi lì è sepolto lo sceicco Abbad Per gli israeliani invece riposa il rabbino Ashi. Per questo la tomba sta esattamente al confine, ricoperta di filo spinato.
La tomba di Sheik Abbeid e Rabbi Ashi 
Tu pensi a un cadavere diviso a metà e all’immagine paradossale  di un uomo che per metà riposa nel seno di Abramo e per metà è nel paradiso islamico.
Così succede anche a Betlemme nella tomba di Rachele e così anche ad Hebron nella moschea/sinagoga e un tempo anche chiesa dei Patriarchi “Abramo-Isacco-Giacobbe-Giuseppe” e consorti.
Duemila anni dopo c’è ancora chi si gioca a dadi le vesti e usa un “dio” (quello minuscolo) come pretesto.



Da South Lebanon
[…]

Ha smesso di piovere nell’istante in cui ho chiuso la portiera del taxi.
Sourid, mi sorride da sotto i baffi, quando non è impegnato a farsi il segno della croce ad ogni chiesa che incrociamo (4 per l’esattezza).
“Inti elueh ektir…your face is really beautiful. You look like Lady Diana”, mi dice. Sorrido imbarazzata anche se non ci credo. “Islamu Sourid”, “Grazie”, ti dico sorridendo. Anche se in questi giorni non riesco proprio ad essere felice.
postato da: Bristola alle ore 15:48 | Permalink | commenti
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domenica, 13 settembre 2009
Beirut e il dono dell'invisibilità manifesta
Tendiamo a cancellare le tracce della storia che non piace, o che è scomoda e ci fa soffrire. Ma qualcosa inevitabilmente resta. Bisogna imparare a leggere un libro anche dalle pagine strappate. Ma ci vogliono chilometri e scarpe buone. Oltre a una buona guida.

"L'angelo appeso sui nostri ricordi grida la pace fra spari e petardi
Ma non distingue guardando la terra se sono botti di festa o di guerra."
(F. Salvatore)

Instabilità.
E' la parolina chiave di oggi. E' una città in camicia di forza. Ma una camicia elegante, Armani direi. Effetti collaterali dell'insicurezza: "Chi vuol esser lieto sia".
Ieri ho partecipato al "WalkBeirut", un tour a piedi di 5 ore. Immaginate le mie gambe: a meta' tour, e non scherzo, avevo logorato il cavallo dei pantaloni. Alla fine i pantaloni erano solo un triste ricordo di lino verde. E' stato molto interessante e spero di fare un lavoro su questo. La prima impressione è che Beirut è una città che tende a scomparire, a mutare, inesorabilmente a colpi di bombe e speculazioni edilizie. L'Holiday inn, ad esempio, aperto per un solo mese, divento' la postazione  per i cecchini della guerra civile, linea di confine tra Beirut est e ovest. I bar storici che diventano catene di moda. Edifici sventrati che ospitano rave party. I resti di una sinagoga imboscati in uno dei quartieri piu' lussuosi della capitale, completamente vuoto. L'esatta riproduzione dell'architettura anni '30 e a pochi metri dal 'Bronx libanese'. Il mare e il pensiero che nel 2005 tonnellate di esplosivo hanno rivoltato una strada uccidendo oltre 60 persone, solo per assassinare un uomo.
Per questo l'instabilità è un ingrediente immancabile. Alcuni libanesi ti sembrano immemori. Girano per l'affollatissima Gemmayze, ben vestiti e pronti a godersi la vita. Che fare del rwsto?
Viene da chiedersi sempre cosa c'è dall'altra parte.
In particolare vorrei visitare i campi profughi palestinesi e spero di farlo presto. Loro pagano il prezzo di un equilibrio precario.


Ashrafieh, Il quartiere nel quale vivo

Non esco. Non è che debba per forza uscire tutte le sere.
Sento alcuni boati a distanza...fuochi d'artificio?
Oggi è la festa dell'esaltazione della Croce ergo fuochi d'artificio.
Collego questo evento auditivo ad un altro episodio di oggi pomeriggio. Per 6 minuti buoni son passate una serie di automobili strombazzando coi clacson. Neanche questo aiuta. Potrebbe essere un corteo nuziale come uno politico. Qualche ora piu' tardi, quando sono uscita per procacciare un po' di cibo, ho visto un automobile piena di bandiere libanesi che partecipava a quello che ormai credo sia uno sport nazionale: correre e suonare il clacson.

Inutile, non sapro' mai se erano spari o mortaretti (piuttosto potenti).

Ma qui si dorme tranquilli e poi sembrano davvero fuochi d'artificio.

pensierino del giorno: perchè per fare esattamente lo stesso percorso col Service a volte pago un prezzo altre un altro?
postato da: Bristola alle ore 20:01 | Permalink | commenti
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